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Belle Epoque

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La belle époque

Tra la fine del XIX secolo e lo scoppio della Prima guerra mondiale
l’Europa visse un periodo di benessere e spensieratezza grazie a
scoperte tecniche e scientifiche che migliorarono il tenore di vita, questo
periodo prende il nome di Belle Époque. Verso la fine dell’Ottocento tutti
gli indicatori economici segnalavano che la crisi economica poteva dirsi
superata e che l’economia internazionale aveva avviato una nuova fase
di espansione. Due aspetti che avevano influito sulla soluzione della crisi
furono l’espansione coloniale delle principali potenze in Asia in Africa e
una profonda riorganizzazione del sistema industriale. Molte delle
imprese fallite vennero acquistate dalle imprese di maggiori dimensioni.
così nacquero gigantesche concentrazioni industriali, i Monopoli, capaci
di controllare interi settori Produttivi. Il rinnovamento tecnologico partì da
una forma di energia, l’elettricità, la cui applicazione e diffusione apre
una nuova era. Dagli usi industriali l’elettricità passò molto presto agli usi
civili. Nella città l’illuminazione pubblica a gas cominciò a essere
sostituita da quella elettrica. Negli ultimi decenni dell’Ottocento una
nuova fonte di energia iniziò ad affiancare il carbone, il petrolio, che
divenne una fonte di energia utilizzabile su larga scala grazie ad alcune
invenzioni: il motore a scoppio; il motore diesel brevettato dall’ingegnere
Rudolph diesel.
Nel secondo ottocento cominciò anche il vero e proprio decollo
dell’industria chimica. Nel 1861 il chimico belga Ernest Solvay mise a
punto un processo per produrre industrialmente il carbonato di sodio
sostanza utilizzata nella produzione di vetro detergenti e vari prodotti
chimici. La comparsa sul mercato dei primi fertilizzanti artificiali fu una
rivoluzione per l’agricoltura. La scoperta dei coloranti artificiali diede
nuovo impulso all’industria tessile in quanto i nuovi coloranti sintetici per
tessuti erano decisamente meno cari di quelli naturali ottenuti da piante
rare e costose.
Le scoperte chimiche associate all’utilizzo dell’elettricità consentirono di
diminuire enormemente i costi per produrre l’alluminio e favorirono la
diffusione dell’acciaio. questo molto più duro e resistente del ferro lo
sostituì nelle costruzioni di binari, navi, caldaie, locomotive, armi ed
edifici.
Le fabbriche diventarono sempre più grandi, i tempi di lavorazione furono
sempre più determinati dalle macchine. Anche all’inizio della rivoluzione
industriale le macchine per produrre avevano Avuto un ruolo
fondamentale, ma esse erano ancora piuttosto semplici e indipendenti le
une dall’altra. Nella fabbrica di fine Ottocento le macchine erano
collegate tra loro, cioè formavano un unico sistema meccanico
interconnesso. Il lavoro degli operai dovette allora adattarsi a questo
meccanismo complesso e perfettamente sincronizzato. Si affermò allora
un nuovo tipo di organizzazione del lavoro. Il lavoro degli operai venne
scomposto in tante piccole operazioni e ogni lavoratore ripeteva l’infinito
un gesto che doveva avere tempi ben determinati. Non servivano
lavoratori specializzati per svolgere queste mansioni elementari, bastava
infatti una manodopera poco qualificata, cosicché gli operai più ricercati
divennero i contadini e le contadine che da poco erano arrivati in città in
cerca di lavoro e gli immigrati. Di conseguenza le maggiori aziende
realizzavano oggetti in serie, cioè sempre uguali, prodotti in grandi
quantità e a prezzo basso. Questa organizzazione del lavoro trova
applicazione soprattutto nel settore automobilistico. Harry Ford nella
fabbrica di automobili da lui fondata introdusse la catena di montaggio.
Simbolo di questo modo di produrre divenne infatti la Ford modello T.
Dalla fine dell’Ottocento migliorò il potere di acquisto della piccola
borghesia e di parte delle masse operaie. Questi ceti sociali potevano
comprare prodotti poco costosi, proprio quelli che erano in grado di
offrire le grandi fabbriche. Si delineò un nuovo immenso mercato fatto di
milioni di persone che in precedenza si limitavano ad acquistare Beni
primari mentre ora cominciavano a diventare consumatori, cioè a
consumare beni non indispensabili. La formazione di una massa di
consumatori modificò le tecniche commerciali, si svilupparono i grandi
magazzini dove le merci esposte a prezzi popolari potevano essere scelte
liberamente. Nacque la pubblicità che sollecitava l’acquisto di un
prodotto. Con la società di massa nacquero nuovi bisogni collettivi,
donne uomini cominciarono a leggere i rotocalchi e le riviste di evasione;
presero l’abitudine di andare in vacanza e fare turismo; iniziarono a
riempire le sale dove assistevano a una nuova oggetto tecnologica il
cinematografo. Dagli anni 20 la radio ebbe un enorme diffusione. Gli
uomini cominciano ad appassionarsi a nuovi sport. Il soddisfacimento di
questi consumi di massa poteva essere garantito solo dalla grande
industria, essa si diffuse in settori assai lontani da quelli tradizionali:
dall’editoria al cinema, alla radio, al turismo, allo sport.
Le masse dei lavoratori divennero un soggetto attivo, sempre più
determinante nelle dinamiche della vita sociale e politica. Era soprattutto
il proletariato urbano a richiedere riforme, come il suffragio universale
maschile, che fu introdotto in alcuni paesi europei nei primi anni
dell’Ottocento. Questo fu possibile grazie al rafforzamento dei sindacati e
dei partiti di massa. Furono i partiti e socialisti insieme ai sindacati a
lottare per ottenere aumenti salariali, la giornata lavorativa di otto ore e
per introdurre una legislazione sociale che tutelasse il lavoro minorile e
femminile e garantisse forme di assicurazione e indennità per infortuni,
malattie e vecchiaia. Anche le donne reclamarono più spazio e maggiore
diritti nella società e sorsero movimenti femminili come quello delle
suffragette, che chiedevano il diritto di voto, la possibilità di accedere a
tutte le professioni e la parità salariale. Ma la resistenza contro queste
stanze fu forte.
La destra storica il governo l’Italia fino al 1876. Dovette affrontare le
difficoltà del nuovo Stato unitario, come le profonde diversità al suo
interno, la povertà e la arretratezza, l’unificazione nazionale incompiuta,
l’ostilità del mondo cattolico verso il nuovo Stato. La destra risanò i conti
dello Stato creò un mercato unitario avviò il sistema scolastico nazionale
e completò l’unificazione con l’annessione del Veneto e di Roma.
Tuttavia, ci furono degli aspetti negativi. Le tasse aumentarono e
andarono a pesare soprattutto sulle classi più povere. Nel sud non ci fu la
riforma agraria che molti si aspettavano il nuovo Stato si dimostrò più
oppressivo dei vecchi regimi imponendo tasse e un servizio militare
obbligatorio di durata lunghissima. Il brigantaggio dimostrò tutto il
disagio sociale del meridione. I ceti popolari si sentivano sempre meno
parte del nuovo Stato.negli anni in cui la destra governava, crebbe in
parlamento l’opposizione della sinistra, guidata da Agostino Depretis. La
destra e la sinistra non erano né due partiti nel senso odierno della
parola, né due schieramenti con idee radicalmente opposte.
Rappresentavano piuttosto ceti sociali differenti che in quel periodo
chiedevano una politica diversa, soprattutto economica. La destra
rappresentava gli interessi dei commercianti agiati, dei grandi proprietari
terrieri e degli imprenditori agricoli centro settentrionali. La sinistra dava
invece voce agli industriali, per i quali bisognava proteggere l’industria
italiana dalla concorrenza internazionale. La maggior parte degli italiani
era troppo povera per acquistare quello che l’industria produceva. perciò
per far decollare la produzione, l’industriali chiedevano di ridurre le tasse
sui consumi e di migliorare le condizioni economiche dei lavoratori. Nel
marzo del 1876 divenne presidente del consiglio Agostino Depretis capo
della sinistra. Industriali ottennero sia la protezione doganale, sia gli aiuti
statali. Nacquero la prima grande acciaieria italiana, la Terni, le officine
metallurgiche Ernesto Breda, stabilimenti chimici Pirelli, e le prime
centrali elettriche. Sul piano delle riforme sociali la sinistra rese
obbligatoria l’istruzione primaria e abolì la tassa sul macinato, inoltre fu
modificata la legge elettorale: ebbero diritto di voto circa 2 milioni di
italiani. Nacque una prima legislazione sociale italiana che limitò il lavoro
minorile e varò norme contro gli infortuni sui lavoro. La sinistra avviò un
prudente riformismo, che però migliorò ben poco le disuguaglianze fra i
ceti abbienti e quelli poveri.il passaggio dai governi della destra quelli
della sinistra non fu certo rivoluzionario; lo dimostra anche il fatto che
molti deputati della destra passarono con lo schieramento vincitore,
Depretis poté così governare fino al 1887. I critici di Depretis definirono
questo sistema di governo trasformismo. Depretis, infatti, otteneva i voti
che gli servivano per far approvare le leggi chiedendoli volta per volta
singole parlamentari. Questi gli davano il voto, ma in cambio di qualcosa,
per esempio, di un’altra legge che loro interessava, oppure di
finanziamenti a livello locale, o ancora di nomina posti statali. Il
trasformismo, quindi, da un lato garantì la continuità di governo dell’altro
favorì il clientelismo e la corruzione fra i membri del parlamento. In
politica estera la sinistra rovesciò completamente le scelte della destra.
Con i governi della destra l’Italia era sempre stata alleata della Francia.
Qui invece si giunse alla firma della triplice alleanza, un trattato militare
della durata di cinque anni di cui facevano parte la Germania Germania
Italia e l’impero austroungarico. Il trattato prevedeva un’azione comune
di difesa nel caso in cui uno dei membri fosse attaccato da altri Stati. Il
governo italiano, intanto, cercava l’occasione per avviare una politica
coloniale. Nel 1882 il governo acquistò da una compagnia di navigazione
che gestiva i trasporti tra Italia e l’oriente la baia di Assab, sul Mar Rosso.
Fu la prima base coloniale italiana. Il tentativo di penetrare verso
l’interno provocò tuttavia la reazione dell’imperatore di Etiopia è una
colonna militare italiana venne completamente annientata. In Italia
questo massacro suscitò grande impressione e ogni tentativo di
espansione coloniale si interruppe.
Contemporaneamente al grande sviluppo industriale ci fu una ripresa
dell’espansione coloniale, dovuta alla necessità di controllo delle materie
prime e alla ricerca di nuovi mercati per vendere i prodotti e investire i
capitali.
Il colonialismo pone le sue origini già dalla scoperta dell’America quando
tantissimi Stati europei iniziarono a conquistare terre in vari parti del
mondo.ai popoli conquistati imponevano la loro lingua, la loro cultura e la
loro politica. In sintesi, riducevano in schiavitù i popoli e le nazioni
conquistate. Nella storia ci sono stati due tipi di colonialismo:
colonialismo da sfruttamento e colonialismo da popolamento. Per
convenzione il colonialismo termina nel XIV secolo e nel 1870 inizia
un’altra corrente l’imperialismo. Questo termine viene coniato in Francia
e si differenzia dal colonialismo perché ai popoli conquistati veniva
lasciata libertà d’espressione, veniva consentito di conservare usi,
tradizioni, costumi e persino usare la propria lingua; venivano solo
governati politicamente ed economicamente. La corrente
dell’imperialismo nasce fondamentalmente per tre motivazioni: costava
meno a reperire materie prime; acquisire prestigio internazionale;
sottolineare la superiorità dell’uomo bianco nei confronti dell’uomo nero.
L’Inghilterra stabilì il suo predominio nell’Africa del sud, in Egitto, in
Somalia, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, in India e in Cina. La
Francia attuò la sua politica espansionistica in Tunisia in Vietnam. La
Russia in Manciuria, Mongolia e Siberia. Mentre la storia dell’espansione
coloniale italiana e senza ombra di dubbio quella più breve perché l’Italia
formò l’Africa orientale italiana conquistando Somalia, Eritrea ed Etiopia.
Per nazionalismo si intende invece l’esaltazione della nazione. Questo
concetto nasce nasce nell’età medievale e trova la sua massima
espressione nel periodo imperialista. In questo periodo, infatti, si avverte
più che mai la necessità di difendere il proprio territorio e la propria
cultura dalle altre popolazioni. Il nazionalismo fece sì che si sviluppasse
un grande interesse per la storia nazionale e per tutto il patrimonio
popolare. Pertanto, registrò una grande adesione soprattutto tra i popoli
oppressi e sottomessi che cercarono, tutti modi, di formare un proprio
Stato nazionale, Indipendente e libero. La nazione, dunque, assume un
ruolo centrale e l’esagerata esaltazione dell’appartenenza è stata spesso
associata al razzismo. In alcune nazioni, infatti, il nazionalismo fu
addirittura utilizzato per giustificare persecuzioni, violenze,
emarginazioni, e ingiustizie compiute ai danni di individui che, per motivi
politici, religiosi e culturali, non si identificavano con l’ideologia
dominante. Molti pensano che il nazionalismo portò allo scoppio delle
guerre mondiali, in realtà non fu proprio così ma, sicuramente, servì
come mezzo di propaganda per inculcare nel popolo e nell’esercito il
concetto di “nazione pura e superiore alle altre“. Concetti che,
indubbiamente sfociarono nello scoppio dei due conflitti mondiali. Oltre al
nazionalismo politico va ricordato il nazionalismo economico.
Quest’ultimo aveva l’obiettivo di creare una politica economica mirata a
rendere completamente autosufficiente la nazione mediante il
potenziamento delle risorse interne e l’adozione di misure
protezionistiche da parte dello Stato.
Nei momenti politici europei: 1875 Germania, partito socialdemocratico
tedesco; 1880 Francia, movimento operaio; 1892 Italia, partito socialista
italiano che si suddivide in partito cattolico e partito liberale della media
borghesia che è composta da agraria e industriali; 1898 Russia partito
socialdemocratico russo.
1889 seconda internazionale (unione dei partiti del mondo fatta per
elaborare strategie comuni di festa degli operai).
Nel 1864 Marx fondò a Londra la prima internazionale per unire tutte le
organizzazioni operaie d’Europa.

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