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Il documento analizza l'importanza dell'attività intellettuale rispetto a quella politica nella Roma antica, evidenziando la figura di Cicerone e le sue opere principali come il De republica e il De oratore. Cicerone propone una costituzione mista che combina monarchia, aristocrazia e democrazia, sostenendo l'importanza di un politico ideale e della moderazione nel governo. Inoltre, si discute della sua opposizione alla disaffezione politica e alla redistribuzione della ricchezza, sottolineando il suo impegno per la stabilità della repubblica.

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Il documento analizza l'importanza dell'attività intellettuale rispetto a quella politica nella Roma antica, evidenziando la figura di Cicerone e le sue opere principali come il De republica e il De oratore. Cicerone propone una costituzione mista che combina monarchia, aristocrazia e democrazia, sostenendo l'importanza di un politico ideale e della moderazione nel governo. Inoltre, si discute della sua opposizione alla disaffezione politica e alla redistribuzione della ricchezza, sottolineando il suo impegno per la stabilità della repubblica.

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Attività politica e attività intellettuale

Nella mentalità tradizionale romana, l’attività intellettuale era considerata un’attività secondaria rispetto all’impegno politico, che rappresentava un diritto e un dovere per ogni cittadino di buona estrazione sociale. La biografia di Cicerone ne è una testimonianza evidente: la sua vasta produzione intellettuale si concentra in periodi di
isolamento politico, come negli ultimi anni Cinquanta a.C. e durante la dittatura di Cesare. In questi momenti, Cicerone scrisse opere di grande rilevanza come il De republica e il De legibus, trattati politico-filosofici che analizzano le forme di governo e le leggi che le regolano, prendendo Roma come modello esemplare. A questo stesso
periodo risale anche il De oratore, un’opera di retorica in forma di dialogo.

De republica: struttura dell’opera

Il De republica, scritto tra il 54 e il 51 a.C., è composto da sei libri, giunti a noi in condizioni frammentarie. Abbiamo porzioni significative dei primi due libri, frammenti più o meno estesi dei successivi tre e solo una parte completa dell’ultimo libro: il celebre Sogno di Scipione, che probabilmente costituiva la conclusione dell’opera.

L’opera è strutturata come un dialogo immaginario ambientato nella primavera del 129 a.C. e vede come protagonista Scipione Emiliano, il vincitore di Cartagine (146 a.C.) e Numanzia (133 a.C.), insieme ad alcuni amici della sua cerchia. Il tema centrale è il dibattito sulla migliore forma di costituzione politica, una questione
tradizionalmente affrontata anche dalla filosofia greca.

Nel dialogo, Scipione analizza le tre forme fondamentali di governo: monarchia, aristocrazia e democrazia

Scipione sostiene che ognuna di queste forme è accettabile, ma nessuna è perfetta. In particolare, critica la civitas popularis (una possibile traduzione latina di “democrazia”), poiché, sebbene possa essere moderata e rispettosa del diritto, il principio di uguaglianza che essa promuove è considerato ingiusto in quanto non riconosce le
naturali distinzioni basate sulla dignità sociale.

: La costituzione mista e il politico ideale in Cicerone

La costituzione mista

Cicerone espone nel De republica la sua concezione della costituzione mista, in cui le tre forme fondamentali di governo—monarchia, aristocrazia e democrazia—sono armonicamente combinate per creare un sistema equilibrato. Questa teoria riprende le riflessioni dello storico greco Polibio, il quale aveva analizzato la costituzione romana
circa un secolo prima. Tuttavia, Cicerone sottolinea che tale assetto non è nato perfetto fin dall’inizio, ma si è evoluto progressivamente nel tempo, raggiungendo la sua forma ottimale nel periodo in cui è ambientato il dialogo, ossia la metà del II secolo a.C.

Nel secondo libro, Cicerone traccia una vera e propria storia politica di Roma, dalla sua fondazione fino al consolidamento della costituzione ideale. In questo contesto, egli esprime una particolare ammirazione per Servio Tullio, il re a cui la tradizione attribuisce l’istituzione dei comizi centuriati, un’assemblea che strutturava il sistema di
voto in base al censo. Secondo Cicerone, questo meccanismo elettorale riusciva a garantire un delicato equilibrio: pur riconoscendo formalmente il diritto di voto a tutti i cittadini, assegnava di fatto maggiore influenza ai ceti possidenti. Così facendo, il sistema favoriva la stabilità politica, poiché il potere decisionale era affidato a coloro che
avevano un forte interesse a preservare l’assetto sociale esistente, basato sul predominio delle classi più abbienti.

Il politico ideale

Nei libri successivi, purtroppo giunti a noi in forma frammentaria, Cicerone delineava la figura del politico ideale, dotato di una serie di qualità essenziali per il buon governo:

capacità di governo e mediazione, elevata moralità, senso dello stato, solida formazione culturale, moderazione e equilibrio

In un periodo di crisi acuta per la repubblica aristocratica, come quello degli anni Cinquanta a.C., Cicerone riteneva indispensabile fare riferimento a una figura con tali caratteristiche per mantenere la stabilità dello stato.

Cicerone utilizza diversi termini per definire questa figura: rector(colui che guida), moderator( colui che modera), optimus civis(il miglior cittadino), princeps

Tuttavia, è importante sottolineare che, per Cicerone, il concetto di princeps non implicava affatto l’adozione di un regime monarchico. Egli lo intendeva piuttosto come un cittadino eminente, a cui si poteva fare appello in momenti di difficoltà, ma che operava sempre all’interno del sistema repubblicano, con il potere saldamente controllato
dal Senato.

Come esempio di questo modello di leader, Cicerone cita Scipione Emiliano, protagonista del De republica, il quale incarnava le virtù ideali del buon cittadino e governante, capace di preservare l’equilibrio della res publica.

: Il pensiero politico di Cicerone

Un moderato intelligente

Nel De republica e in altre opere dello stesso periodo, come l’orazione Pro Sestio (56 a.C.), Cicerone espone un pensiero politico improntato alla moderazione e al realismo. Egli non concepisce alternative al sistema repubblicano, ma la sua posizione non è rigida o cieca. Rifiuta fermamente sia le sollevazioni popolari dal basso, come nel
caso della congiura di Catilina, sia le soluzioni autoritarie, come la dittatura di Silla, che pur rafforzando l’aristocrazia avrebbero snaturato il sistema repubblicano.

Cicerone propone invece un allargamento della base di consenso al regime repubblicano, promuovendo un’alleanza tra la tradizionale aristocrazia senatoria, l’ordine equestre e i ceti popolari interessati a mantenere la stabilità. Questo concetto è noto come concordia ordinum, un ideale che Cicerone vedeva realizzato nella sua elezione a
console e nel sostegno ottenuto durante la repressione della congiura catilinaria.

Secondo Cicerone, la difesa della repubblica deve coinvolgere tutti coloro che sostengono l’ordine costituito, indipendentemente dalla loro origine sociale, e che possono essere definiti optimates o boni, termini tradizionalmente riservati agli aristocratici. Tuttavia, questi gruppi devono rappresentare gli interessi popolari in modo
responsabile, evitando di lasciarli nelle mani di leader demagogici che mirano a destabilizzare il sistema per ambizioni personali o per instaurare un potere autoritario.

Difesa della proprietà privata

Un punto su cui Cicerone mantiene una posizione intransigente è la difesa della proprietà privata. Egli osserva come la società romana della tarda Repubblica fosse segnata da profonde disuguaglianze economiche e da una distribuzione della ricchezza fortemente squilibrata, fattori che avevano alimentato tensioni sociali come la congiura
di Catilina.

Nonostante ciò, Cicerone si oppone con fermezza a qualsiasi misura volta a una redistribuzione della ricchezza o alla riduzione delle disparità sociali, anche quando tali riforme fossero moderate. In particolare, rifiuta:

• Riduzioni del debito per alleviare la crisi economica,

• Riforme per una più equa distribuzione delle terre pubbliche.

Per Cicerone, tanto le proposte radicali di Catilina quanto le riforme più moderate avanzate da Cesare rappresentano una minaccia all’ordine costituito e sono dunque inaccettabili.

Contro la disaffezione politica

Un aspetto cruciale del pensiero di Cicerone è la sua opposizione alla disaffezione politica, un fenomeno che considerava pericoloso per la stabilità della repubblica.

Egli scrive il De republica in un periodo in cui poeti come Lucrezio e Catullo esprimono un atteggiamento di rifiuto verso la politic

-Lucrezio la considera una fatica inutile e frustrante, paragonandola al mito di Sisifo.

-Catullo si rifugia nella dimensione privata e nei sentimenti, disprezzando apertamente la politica e i suoi protagonisti.

Cicerone, al contrario, resta fedele all’idea che l’impegno politico sia essenziale per la salvezza della repubblica, sebbene ritenga necessarie profonde riforme. Egli crede fermamente nella possibilità di correggere il sistema e considera la partecipazione attiva un dovere civico imprescindibile.

In questo atteggiamento risiede il senso ultimo della vita di Cicerone, che fino alla fine ha combattuto per la conservazione e il miglioramento del sistema repubblicano, senza mai cedere al disincanto o alla rassegnazione.

Riassunto dettagliato: De Oratore di Cicerone

Struttura dell’opera

Il De oratore è un’opera in tre libri, composta da Cicerone nel 55 a.C., ma ambientata nel 91 a.C., alla vigilia della guerra sociale. I protagonisti del dialogo sono Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso, i due massimi oratori della generazione precedente a quella di Cicerone.
Cicerone sceglie di ambientare il dialogo in un periodo immediatamente precedente a una grande crisi politica e civile, con un intento chiaramente nostalgico. Richiamando figure e momenti del passato, egli sembra voler rievocare un’epoca di stabilità e prestigio che, sebbene irrimediabilmente perduta, può ancora offrire insegnamenti validi
per le generazioni future. Lo stesso espediente temporale era stato utilizzato nel De republica, dove il dialogo si svolgeva poco prima della morte di Scipione Emiliano, così come in De oratore Crasso sarebbe morto poco dopo l’epoca dell’ambientazione.

Il perfetto oratore

Il tema centrale dell’opera è la definizione del profilo ideale dell’oratore, che per Cicerone non deve essere soltanto uno specialista della parola, dotato di talento naturale e di una formazione retorica impeccabile, ma un intellettuale completo. L’oratore perfetto deve possedere conoscenze approfondite in diversi campi del sapere, tra cui:

-Diritto, per comprendere le complessità delle cause giudiziarie.

-Storia, per attingere esempi e precedenti utili all’argomentazione,

-Filosofia, per cogliere le grandi questioni di fondo e comprendere la natura umana e politica.

Cicerone sostiene che solo una cultura ampia e interdisciplinare può permettere all’oratore di affrontare con efficacia le sfide del dibattito giuridico e politico, rendendolo capace di convincere e influenzare l’uditorio con autorevolezza e profondità.

Il metodo dialogico e l’approccio pratico

Il De oratore adotta un metodo di esposizione simile a quello utilizzato nel De republica, ovvero un dialogo tra protagonisti esperti, basato sull’esperienza concreta piuttosto che sulla teoria astratta. I partecipanti al dibattito non sono semplici teorici della retorica, ma oratori di grande esperienza forense, impegnati in casi reali e in decisioni
politiche che hanno segnato la storia di Roma.

Questo approccio consente a Cicerone di arricchire l’opera con riferimenti a processi giudiziari realmente avvenuti e a vicende storiche, fornendo esempi pratici e concreti delle strategie oratorie più efficaci. In tal modo, il dialogo diventa non solo un trattato teorico, ma anche un vero e proprio manuale pratico di retorica applicata alla realtà
politica e giudiziaria dell’epoca.

Riassunto dettagliato: Gli scritti durante la dittatura cesariana (46-44 a.C.)

Una produzione sterminata

Nel breve periodo compreso tra l’inizio del 46 a.C., con il ritorno di Cicerone a Roma dopo la sconfitta dei pompeiani, e il marzo del 44 a.C., quando la congiura contro Cesare lo riportò alla politica attiva, l’oratore produsse un vastissimo numero di opere.

In questi due anni scarsi, Cicerone compose molti dei testi che avrebbero reso celebre il suo nome nella storia della cultura europea. La sua produzione spaziò tra diversi generi, includendo:

• Opere di teoria e storia della retorica,

• Trattati filosofici,

• Approfondimenti su temi politici e morali.

Questa intensa attività intellettuale rappresentò per Cicerone un rifugio dalla scena politica dominata da Cesare, permettendogli di dedicarsi alla riflessione teorica su questioni fondamentali del pensiero romano.

Le opere retoriche

Tra le opere di questo periodo, un ruolo di primo piano è occupato dagli scritti sulla teoria e storia della retorica, nei quali Cicerone approfondisce i principi dell’arte oratoria e ne traccia un’evoluzione storica. Le due opere principali di questo filone sono:

1. L’Orator

• Quest’opera riprende e sviluppa i temi già affrontati dieci anni prima nel De oratore, ma in una forma più sintetica e accessibile.

• L’attenzione è ora focalizzata sugli aspetti formali e stilistici, con un’enfasi particolare sulla capacità dell’oratore di adattare il proprio stile alle diverse circostanze e ai contenuti dei discorsi.

• Cicerone identifica tre stili oratori fondamentali:

• Semplice (atticismo), per l’informazione chiara ed essenziale,

• Medio, adatto alla persuasione,

• Elevato, ideale per l’eloquenza solenne e le grandi occasioni.

• L’oratore perfetto, secondo Cicerone, è colui che sa combinare sapientemente questi stili in base al contesto.

2. Il Brutus

• Quest’opera, dedicata a Marco Giunio Bruto, futuro congiurato contro Cesare, è considerata una delle prime storie dell’oratoria romana, con continui riferimenti alla tradizione greca e digressioni su altri generi letterari.

• Cicerone traccia un quadro dettagliato dell’evoluzione dell’arte oratoria dalle origini ai suoi tempi, delineando un vero e proprio manuale di letteratura, uno dei primi nella storia della cultura occidentale.

• Di ogni oratore analizzato, Cicerone fornisce:

• Un ritratto sintetico ma preciso,

• Un’analisi delle sue qualità e difetti,

• Una collocazione nel contesto storico-letterario in cui operava.

• L’opera assume quindi un valore non solo retorico, ma anche storico e culturale, fornendo uno strumento di comprensione della società romana attraverso l’evoluzione del discorso pubblico.

Queste opere retoriche mostrano come Cicerone, durante il periodo della dittatura cesariana, cercasse di lasciare un’eredità culturale duratura, affinando e codificando le sue idee sull’oratoria come strumento essenziale della politica e della vita pubblica romana.

Riassunto dettagliato: Le forme della divulgazione ciceroniana

Il De divinatione e la divulgazione filosofica

Cicerone, nell’ultimo periodo della sua vita, si dedicò alla divulgazione filosofica, con l’obiettivo di offrire ai lettori romani colti, ma non specialisti, un quadro completo della filosofia greca. Non intendeva proporre dottrine originali, ma piuttosto presentare le principali scuole di pensiero, in particolare quelle ellenistiche, come epicureismo e
stoicismo, senza trascurare l’Accademia platonica e il Peripato aristotelico.
Per rendere l’esposizione più efficace, Cicerone scelse quasi sempre la forma del dialogo, attraverso cui le diverse posizioni filosofiche si confrontano e si scontrano. Nel De divinatione, ad esempio, nel primo libro il fratello di Cicerone, Quinto, difende la concezione stoica della divinazione, secondo cui gli dèi inviano segni agli uomini; nel
secondo libro, invece, Cicerone stesso demolisce questa teoria rifacendosi alle critiche scettiche di Carneade, esponente dell’Accademia nuova.

Un meccanismo simile è adottato nel De natura deorum:

• Primo libro: esposizione della teologia epicurea (gli dèi esistono, ma sono indifferenti alle vicende umane).

• Secondo libro: presentazione della dottrina stoica (gli dèi provvidenziali hanno creato il mondo per l’uomo).

• Terzo libro: confutazione della visione stoica.

Un sapere aperto e non dogmatico

Cicerone, pur presentando le varie dottrine, non giunge quasi mai a soluzioni definitive. Questo non significa che non abbia un’opinione personale: nel caso della divinazione, ad esempio, è evidente la sua preferenza per la posizione scettica di Carneade rispetto agli stoici; d’altro canto, respinge anche la visione epicurea della divinità.

In generale, Cicerone aderisce alla filosofia del probabilismo, una dottrina di origine platonica che sostiene che la verità assoluta è inaccessibile e che le decisioni umane debbano basarsi sull’opinione più plausibile, ovvero quella che più si avvicina alla verità. Questo approccio, pur non sempre seguito con coerenza, lo porta a evitare
posizioni rigide e dogmatiche.

Il De officiis: il senso del dovere

Cicerone dedicò la sua ultima opera filosofica, il De officiis, al figlio Marco, scrivendola in tutta fretta subito dopo la morte di Cesare, nel 44 a.C.. Quest’opera si basa sugli insegnamenti dello stoico greco Panezio, vissuto a Roma nell’orbita di Scipione Emiliano, ed esplora il concetto di officium (dovere), ovvero quei comportamenti che il
saggio adotta perché eticamente preferibili, indipendentemente dalla loro utilità per la felicità personale.

Il De officiis è strutturato in tre libri, ognuno dedicato a un aspetto fondamentale:

1. Il primo libro: definisce l’onesto, ovvero ciò che è conforme alla morale.

2. Il secondo libro: analizza l’utile, ossia ciò che giova all’individuo e alla società.

3. Il terzo libro: discute il possibile conflitto tra onesto e utile, concludendo che un’azione disonesta non può mai essere veramente utile.

L’opera ebbe un’enorme influenza sulla cultura occidentale, soprattutto in ambito cristiano, grazie alla teoria delle quattro virtù cardinali, ripresa integralmente dall’etica cristiana:

• Giustizia,

• Fortezza,

• Sapienza,

• Temperanza.

Oltre alla morale, il De officiis affronta questioni rilevanti per la cultura romana e oltre, come la guerra giusta, il decoro esteriore (che influenzò i trattati rinascimentali sulle buone maniere), e l’organizzazione sociale ed economica.

Aspetti controversi del De officiis

Nonostante il suo valore morale, il De officiis rivela anche alcuni aspetti più rigidi e conservatori del pensiero ciceroniano:

• Giustificazione dell’imperialismo romano, ritenuto necessario per il mantenimento dell’ordine e della civiltà.

• Difesa intransigente della proprietà privata, rifiutando qualsiasi forma di redistribuzione della ricchezza.

• Distinzione tra mestieri dignitosi e sordidi, che rispecchia una visione gerarchica della società.

• Giustificazione del tirannicidio, con un esplicito riferimento all’uccisione di Cesare, visto come un atto legittimo per preservare la libertà repubblicana.

Riassunto dettagliato: Lo stile di Cicerone

Il latino di Cicerone: un modello per l’intera civiltà letteraria

Cicerone è uno dei rari esempi di scrittore la cui lingua è stata identificata con l’intera civiltà letteraria romana. Già ai suoi tempi era considerato un maestro insuperato della prosa oratoria, e a partire dall’Umanesimo è diventato un modello normativo per chi voleva recuperare il latino classico. Ancora oggi, la lingua latina insegnata nelle
scuole si basa in larga parte sulla scrittura ciceroniana.

Nonostante il latino abbia subito profonde trasformazioni nel corso del millennio in cui è stato parlato, lo stile di Cicerone rappresenta un punto di riferimento imprescindibile. La sua padronanza della lingua, l’eleganza e la chiarezza espressiva lo rendono uno dei massimi esponenti della letteratura latina.

Cicerone, artigiano della lingua

Cicerone si distingue per la sua straordinaria capacità di adattare il registro e lo stile alle diverse situazioni comunicative. Il suo linguaggio spazia da:

• Toni solenni, adatti ai discorsi ufficiali;

• Ironia e sarcasmo, spesso usati nelle orazioni politiche;

• Scherzo e leggerezza, caratteristici delle lettere personali;

• Espressioni poetiche e colloquiali, utilizzate a seconda del contesto.

Accanto alla sua versatilità, Cicerone si dimostra un innovatore linguistico, spinto dalla necessità di confrontarsi con la lingua greca, che possedeva un vocabolario più ampio e articolato. Per colmare questa lacuna:

• Crea pochi neologismi, preferendo invece ampliare il significato di parole latine esistenti, adattandole a nuovi concetti filosofici e scientifici.

• Il suo lavoro lessicale ha un carattere patriottico: Cicerone vuole dimostrare che il latino non è inferiore al greco e può esprimere con pari ricchezza i concetti della cultura e della filosofia.

Grazie a questo sforzo, Cicerone ha dato forma al lessico intellettuale latino, che ha influenzato il linguaggio della scienza e della filosofia in Europa fino al XVIII secolo e oltre.

La sintassi di un moderato

Dal punto di vista sintattico, Cicerone riflette il suo orientamento politico e ideologico moderato. La sua scrittura è caratterizzata da:
• Periodi ben strutturati, costruiti attorno a una proposizione principale che esprime il contenuto essenziale.

• Ordine e chiarezza, con subordinate disposte in maniera logica per evidenziare le relazioni tra le idee.

• Equilibrio tra brevità ed eloquenza, evitando sia la prolissità eccessiva sia le frasi troppo concise.

Questo stile rispecchia la sua visione politica e sociale: l’ordine sintattico diventa espressione della stabilità e dell’armonia che Cicerone auspicava per lo Stato romano.

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