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Barsella Boccaccio, I Tiranni e La Ragione Naturale

Il documento analizza il rapporto tra tirannia e diritto naturale nel 'Decameron' di Boccaccio, evidenziando l'importanza dell'ordine morale e politico nella narrazione. Si discute come la visione di Boccaccio si distacchi dalla tradizione medievale, presentando un popolo più articolato e includendo le donne come soggetti attivi nel contesto giuridico. Infine, si sottolinea che la tirannia è vista come una deviazione dall'ordine naturale, legittimando la sua opposizione attraverso il diritto naturale.

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Vivian Palagruti
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Barsella Boccaccio, I Tiranni e La Ragione Naturale

Il documento analizza il rapporto tra tirannia e diritto naturale nel 'Decameron' di Boccaccio, evidenziando l'importanza dell'ordine morale e politico nella narrazione. Si discute come la visione di Boccaccio si distacchi dalla tradizione medievale, presentando un popolo più articolato e includendo le donne come soggetti attivi nel contesto giuridico. Infine, si sottolinea che la tirannia è vista come una deviazione dall'ordine naturale, legittimando la sua opposizione attraverso il diritto naturale.

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

org

Boccaccio, i tiranni e la ragione naturale

C
on atto di generosa amicizia il narratore principale del Decameron
dedica i cento racconti da lui raccolti alle fanciulle innamorate perché
siano loro di sollievo e le aiutino a temperare i pericolosi effetti del
“poco regolato appetito” amoroso (Proemio 3). Il richiamo alla necessità di
mettere ordine al caos generato dalle passioni si profila come motivo cen-
trale della cornice e riemerge nell’appello di Pampinea alla “ragione natu-
rale” nell’introduzione alla prima giornata, in nome della quale la novella-
trice convince la brigata a sottrarsi agli effetti della pestilenza. Entrambe le
occorrenze suggeriscono quanto l’idea di ordine nel Decameron sia fonda-
mentale e giocata su un doppio registro: quello morale dell’animo ben edu-
cato alla conoscenza e alla virtù e quello politico rappresentato dalla ordi-
nata — seppure temporanea — società cui i dieci giovani narratori danno
vita nella cornice. È in questa prospettiva di doppio registro dell’“ordine”
dell’azione morale e politica, e sulla connessa visione di Boccaccio della let-
teratura come ordinamento di una caotica materia narrativa, che mi pro-
pongo di analizzare l’intreccio dei temi della tirannia e della ragione natu-
rale e di mostrare la loro rilevanza per la comprensione del profilo etico-
politico del Decameron. Dopo aver brevemente considerato il rapporto tra
tirannia e diritto naturale nel contesto politico e giuridico contemporaneo a
Boccaccio il saggio si concentrerà su due collegate occasioni di polemica
anti-tirannica: Decameron 10.10 e De casibus 9.24.

1. Ordine politico e diritto naturale


Si rex praeciperet subdito suo, ut interficeret seipsum, vel iret ad locum,
in quo trucidaretur ab oste, vel mitteret filium suum ad victimam, in hoc
non est parendum regi: quia talia mandata sunt contra ius naturale.
Se il principe ordina a un suddito di uccidersi, o di andare in luogo ove sia
trucidato dal nemico o ne mandi a morte il figlio in ciò non è da essere

[Link]
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

obbedito poiché tali comandi violano il diritto naturale. (Consiliorum


3.159) 1
La frase di Baldo degli Ubaldi, allievo di Bartolo da Sassoferrato — il
primo a dare una trattazione propriamente giuridica della tirannia nel De
tyranno (1355–57) — riflette un problema centrale nel trecentesco dibattito
teologico e politico sull’ottima forma di governo. 2 È il problema dell’origine
della legittimità del potere e, strettamente connesso a questo, delle forme di
controllo atte a contenerne gli abusi. 3 Se con la nascita del Cristianesimo si
era affermata l’idea della diretta derivazione divina del potere sovrano, a
partire dal XII secolo, sebbene ancora in una prevalente prospettiva teleo-
logica e provvidenziale, si va consolidando una visione naturalistica e vo-
lontaristica dell’origine del potere politico. Già nel Policraticus Giovanni di
Salisbury, e più diffusamente nei trattati successivi alla circolazione delle
traduzioni dell’Etica e della Politica di Aristotele, si riprende la concezione
classica dell’origine naturale della legittimazione del potere e, con Marsilio
da Padova, della superiorità del principato fondato sul consenso popolare
come migliore forma di governo per la realizzazione del bonum commune. 4
Il “popolo” inteso come universitas civium si affaccia sulla scena politica
come soggetto depositario della legittimità del potere del principe derivato
quindi dal volere divino solo in via mediata. Tale popolo, agostinianamente,

1 Baldo degli Ubaldi 1970, citato in Fiocchi 2004, 129 n. 29. Baldo degli Ubaldi “che opera
nel pieno Trecento, ai confini estremi della koiné medievale e che, pur con qualche
presentimento del nuovo che sta germogliando in quel secolo ‘ricco di origini,’
rappresenta il momento di raggiunta maturità della scienza giuridica medievale” (Grossi
2011, 147).
2 Bartolo da Sassoferrato (1314–57) compone il De tyranno tra il 1355 e il 1357 a Perugia.

Bartolo era stato allievo di Cino da Pistoia. Per la composizione del De tyranno e le sue
fonti, si veda Quaglioni 1983. Boccaccio dedica un’ampia discussione ai tiranni in Espo-
sizioni [Link].10–36 (in Boccaccio 1965).
3 Per il dibattito sulle migliori forme di governo e la nascita delle costituzioni comunali e

signorili nel medioevo, si veda Maglio 2006. Cfr. anche Costa 1969.
4 Già Tommaso d’Aquino aveva posto il bene comune come fine dell’azione di governo: “rex

est qui unius multitudinem civitatis vel provinciae, et propter bonum commune, regit”
(De regno 1.2.15; [Link] Tommaso
d’Aquino si occupa ampiamente della questione del bene comune e del tiranno nel De
regno, il trattato continuato in seguito alla sua morte da Tolomeo da Lucca come De re-
gimine principis. Si vedano anche i passi da altre opere dell’aquinate concernenti la que-
stione della legittimità del potere, che si svolge come per tutta la tradizione medievale sul
filo dell’esegesi alla Lettera di San Paolo ai Romani (“Non est potestas nisi a Deo,” Rom.
13:1–2), in Costa 1969, 369–70 n. 10.

[Link] 132
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

è non pura sommatoria di individui ma è l’insieme di persone che per co-


mune interesse si riuniscono in societas ed in questa soltanto possono rea-
lizzare pienamente la loro natura e perseguire il bene di tutti. 5 È un’entità
complessa che in Marsilio include masse contadine, artigiani, mercanti, sa-
cerdoti e tutti coloro che in modi diversi operano per l’utilità comune.6
Come nella tradizione antica, questa universitas non comprende le donne.
Boccaccio si inserisce in questa tradizione ma al tempo stesso se ne distacca
presentando una visione più articolata del popolo, soprattutto nel Decame-
ron, in cui le donne si affacciano come nuovi soggetti anche sul piano del
diritto e divengono anzi portatrici di quell’istanza di coerenza tra legge na-
turale e umana — come esemplarmente Pampinea e Madonna Filippa — che
marca il pensiero teologico e giuridico del Trecento. 7 Il popolo gioca un
ruolo chiave anche nella novella del nobile Gualtieri e della pastorella Gri-
selda.
La trattatistica sulla forma ottimale del principato che si sviluppa tra
’200 e ’300, come il Defensor pacis di Marsilio da Padova, ha come punto
di riferimento il problema della costituzione politica della Chiesa. Il conte-
sto storico-istituzionale in cui matura una nuova teologia politica in cui l’or-
dinamento giuridico ha un ruolo centrale è assai diverso da quello che ca-
ratterizza la trattatistica politico-teologica precedente la metà del XII se-
colo. Sullo sfondo del progressivo affermarsi delle signorie nel centro-nord
d’Italia e dal parallelo sfaldarsi delle istituzioni comunali repubblicane il di-
battito sul potere e le sue degenerazioni si arricchisce delle traduzioni e dei
commenti alla Politica e all’Etica di Aristotele e viene influenzato dalla pro-
gressiva assimilazione nel pensiero teologico dei principi della filosofia na-

5 Per Agostino, come per Marsilio da Padova, è centrale il concetto di popolo come insieme
di individui uniti da interessi comuni ed ordinato dal diritto per quanto imperfetto ri-
flesso dell’ideale giustizia divina. Si veda in particolare Agostino, Città di Dio 2.21.2 e
19.21. Agostino critica la definizione di popolo come società di individui unita non solo
dal comune interesse ma anche dal diritto che Cicerone aveva esposto nella Repubblica
(1.25). Il diritto è infatti tale solo se rispecchia un’idea di giustizia che per Agostino non
appartenne mai allo Stato romano.
6 A differenza di Aristotele, Marsilio include nel “popolo” gli artigiani e contadini: “il legi-

slatore o causa efficiente prima e specifica della legge è il popolo, o l’intero corpo dei
cittadini, o la sua parte prevalente, per mezzo della sua elezione o volontà espressa a pa-
role nell’assemblea generale dei cittadini” (1.12.3, in Marsilio da Padova 2009). Per la
dialettica tra istituzioni preposte al governo, pars principans (o valentior) e legislatore,
universitas civium, in Marsilio da Padova, si veda Maglio 2006, 140–61.
7 Per l’evoluzione dei diritti delle donne nel medioevo e in ambito cittadino in particolare,

si vedano Guerra Medici 1986 e 1996.

[Link] 133
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

turale dello Stagirita. La visione dello Stato che ne discende, in cui il citta-
dino è anche e soprattutto cristiano, riflette l’esigenza di instaurare una con-
tinuità tra fine terreno e fine spirituale, ordine politico e ordine provviden-
ziale. Tale continuità trova concreta attuazione nell’ordo iuris.
Mano a mano che il diritto diviene momento centrale dell’ordine politico
e dell’azione di governo si assiste a un progressivo abbandono della visione
agostiniana della società come segnata dalla corruzione seguita alla caduta.
In questo nuovo contesto ideologico, in cui si perfezionano anche gli studi
giuridici del Boccaccio, la legge non è più semplicemente vista come imper-
fetto riflesso dell’ideale giustizia divina. Essa cessa di essere relegata al
ruolo di strumento coercitivo necessario a correggere le distorsioni (gene-
rate dal vizio) che impediscono il raggiungimento della pace e della concor-
dia nella città terrena. È vista invece, come in Tommaso d’Aquino, come
naturale e razionale conseguenza del bisogno di organizzazione degli esseri
umani al fine di produrre per se stessi un’esistenza soddisfacente in senso
materiale e spirituale. Il potere sovrano trova i suoi limiti costitutivi nella
gerarchia delle leggi: la legge divina, a cui corrisponde il flusso provviden-
ziale della storia; la legge naturale che ne è proiezione; e infine i costumi e
le consuetudini, ovvero quelle norme che, regolando spontaneamente i rap-
porti intersoggettivi e tra i soggetti e le cose, sono ritenute espressione del
diritto naturale. Per questa sua caratteristica di spontanea naturalità la con-
suetudo mantiene un ruolo centrale nell’ordinamento giuridico medievale. 8
Quanto le consuetudini — non scritte o nella forma di constitutiones —
siano presenti e rilevanti per il Decameron lo illustra esemplarmente la vi-
cenda di Madonna Filippa e lo Statuto di Prato in Decameron 6.7 in cui in-
direttamente si riconosce alla donna l’applicabilità del fondamentale prin-
cipio giuridico del quod omnes tangit ab omnibus approbetur sulla base di
un richiamo alla ragione di natura, opposta in questo caso alla ragion di
mercatura riflessa nello spirito dello Statuto. 9 La legge tardo medievale, che

8 Già in Isidoro da Siviglia si trova il nucleo della teoria medievale della legge: “l’ordine
giuridico è a due livelli concentrici, quello del diritto divino e quello del diritto umano,
cui corrispondono la lex divina e la lex humana; la lex humana, ogni lex humana è
l’espressione di una profonda platea di costumi (mores); può essere scritta o non scritta,
si può cioè presentare come consuetudo o come constitutio, ma la sua qualità resta uni-
taria e non è incisa da questa diversità di manifestazione; la sostanza comune e indefet-
tibile di ogni lex è infatti la sua ragionevolezza, l’assumere il proprio contenuto da non
altro che da un insieme di regole oggettive scritte nella natura delle cose” (in Grossi 2011,
137).
9 Per il particolare aspetto giuridico della novella si veda il saggio di Mario Conetti nel pre-

sente numero di questa rivista. Si veda anche Barsella 2009.

[Link] 134
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

cessa di essere ratifica delle consuetudini per divenire vera e propria pro-
duttrice di diritto, necessita come proprio fondamento una continuità con il
diritto naturale inteso come diritto ispirato dalla retta ragione. 10 Come
Tommaso d’Aquino afferma nella Summa theologiae, la legge civile è tanto
più perfetta quanto meno si discosta dalla legge naturale che si presenta
come il fondamento ineludibile dell’ordine giuridico così come dell’ordine
politico. 11 Il richiamo alla legge naturale nell’introduzione alla prima gior-
nata riflette l’evolversi di queste idee sulla centralità politica del diritto e si
presenta come elemento fondamentale alla prospettiva interpretativa del
Decameron.
Nella visione antropologica dell’origine del potere associata all’evolu-
zione del discorso giuridico sul diritto naturale, la tirannia si profila come
una deviazione dall’ordine di natura e come tale può e deve essere legitti-
mamente contrastata. La ricerca di un confine tra potere e libertà nel con-
testo della complessa realtà della società mercantile tardo-comunale riflette
quanto la relazione che si va definendo tra diritto naturale e diritto civile sia
problematica: il primo fondato sull’ordine eterno della lex divina di cui è
proiezione; il secondo opera dell’uomo, legato alle mutevoli contingenze
storiche. Entrambi in teoria convergono nell’orizzonte escatologico dell’or-
dine divino, ma di fatto rimangono soggetti a possibili divergenze che ren-
dono necessario l’intervento dell’uomo affinché l’ordo iuris aderisca il più
possibile al diritto naturale. Nel Decameron, ritroviamo rappresentati nel
narratore principale e nella stessa Pampinea questo ruolo di soggetti “ordi-
natori.” Una caratterizzazione che si estende alla figura dello scrittore e che
Boccaccio elabora in uno dei miti fondanti delle Genealogie: il mito della
creazione di Caos e Demogorgone.

2. Ordine del mondo e ordine di scrittura. Boccaccio e Demogorgone.


La relazione tra legge di natura e legge umana va considerata sullo sfondo
del contesto culturale trecentesco, segnato dalla crisi della visione armonica
della natura come spontaneamente convergente alla realizzazione dell’unità

10 “[L]ex naturalis nihil aliud est quam participatio legis aeternae in rationali creatura” ‘la
legge naturale non è nient’altro che la partecipazione della legge eterna nella creatura
razionale’ (Summa theologiae 1a–2ae, q. 91, a. 2); testo lat. in Tommaso d’Aquino 1964–
81 e trad. it. ad loc. in Tommaso d’Aquino 1996–97.
11 “Si vero in aliquo, a lege naturali discordet, iam non erit lex sed legis corruptio” ‘Se, in-

vece, in qualcosa dalla legge naturale discorda, allora non sarà legge, bensì corruzione
della legge’ (1a–2ae, q. 95, a. 2).

[Link] 135
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

e bontà del creato che aveva caratterizzato la scuola di Chartres e influen-


zato il maggiore pensatore politico ad essa associato, Giovanni di Salisbury,
il cui trattato Boccaccio conosceva. 12 Le opere di Boccaccio, e in particolare
il Decameron e le Genealogie, riflettono una crisi del pensiero armonico sul
cosmo su cui si basava la convinzione di una eventuale spontanea conver-
genza degli ordini divino, naturale e umano. 13 La centralità della ragione
naturale nel Decameron è collegata a quest’idea, che si esplicita in una vi-
sione della natura originariamente legata al caos e del mondo terreno come
spazio in cui domina la discordia che l’essere umano deve e può emarginare
attraverso la tutela dell’ordine politico e morale. 14 Questa visione del mondo
trova realizzazione narrativa in apertura delle Genealogie con il mito di Li-
tigium, generato da Caos (qui divinità femminile) e “ex incerto tamen pa-
tre.” 15 In questo fondamentale mito genealogico il primo atto della
creazione si configura come un atto di ordinamento operato dal primo
compagno di Caos, Demogorgone, la divinità maieutica da cui Boccaccio fa
discendere tutto l’albero delle Genealogie. 16 Demogorgone, che l’autore
allegoricamente interpreta come la divina sapienza creatrice, trae Litigio dal
ventre di Caos e permette agli elementi di disporsi armonicamente nel

12 Per la concezione della natura nel medioevo si veda almeno Gregory 2007, 1–14. L’En-
theticus in Policraticum è parte del codice boccacciano che contiene anche Marziale e
Giovenale, Milano, Ambrosiana, C 67 sup.
13 L’idea dell’ordo naturae è molto antica e si ritrova già in Agostino: “Ista contextio natu-

rae, ista ordinatissima pulchritudo, ab imis ad summa conscendens, a summis adima


descendens nusquam interrupta sed dissimilibus temperata” ‘Questo intreccio dei vari
esseri creati, la loro bellezza perfetta nel suo ordine, che dalle cose infime si eleva alle più
eccelse per ridiscendere da queste alle più insignificanti, senza interruzioni ma non senza
il mutuo compensarsi degli esseri [fra loro] differenti, tutto questo loda Dio’ (Agostino
1993, ad loc.). Cfr. Veglia 2008, 16ss.
14 Sulla differenza, in questi termini, tra le diverse visioni della natura in Boccaccio e Pe-

trarca, si veda Mazzotta 2015.


15 Le Genealogie si aprono con l’Eternità, a cui viene dato per compagno Demogorgone.

Subito dopo Boccaccio illustra la generazione di Litigio, primo tra i figli di Demogorgone
e del Caos, seguito dalle Parche e Pan. Litigio, generato nella porzione più infima della
creazione viene gettato sulla terra dove gli uomini sono continuamente chiamati a lottare
con esso: “Insuper dici posset illus in terras eiectum a superis, cum apud superos omnia
certo et perpetuo agantur ordine, ubi apud mortales vix invenitur aliquid esse concors”
‘Inoltre si può dire che Litigio fu gettato dal cielo in terra, perchè presso gli dei tutto si
svolge con ordine determinato e perpetuo, mentre tra gli uomini a malapena si trova
qualcosa essere concorde’ (1.3.13 in Boccaccio 1998). Boccaccio fa discendere il racconto
della creazione e di Litigio da Teodonzio, che a detta dell’autore lo riporterebbe dal Pro-
tocosmus di Pronapide di Atene, ritenuto dallo stesso Teodonzio il precettore di Omero.
16 Boccaccio, Genealogie Proemio 2.1.

[Link] 136
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

cosmo. La figura di Demogorgone è vicina, e anche etimologicamente


discende, da quella del Demiurgo platonico in quanto entrambi strumenti
della creazione del mondo sensibile. Allo stesso tempo, tuttavia, se ne
discosta in quanto Demogorgone non è architetto/artigiano del mondo ma
semplicemente colui che rimuove ciò che impedisce l’armonia e la concordia
tra gli elementi rendendo così possibile imporre un ordine all’universo: “sic
[divina sapientia] cepisse velle creationem et que immixta erant certo
ordine segregare.” 17
L’ordine è momento fondamentale della creazione, divina come arti-
stica. La genealogia stessa non è in ultima istanza nient’altro che un ordine
che un Boccaccio “maieutico” impone alla materia mitologica. Il poeta
stesso sembra profilarsi come una specie di Demogorgone. Proprio in que-
sta azione ordinatrice consiste la sua arte e la sua funzione, come la lunga
citazione di Macrobio sulla specificità dell’arte poetica nel rivestire di favole
la verità (“poeta delectatus est tegere fabulis veritatem”) all’inizio del capi-
tolo dedicato al mito di Litigio sembra suggerire. 18
La citazione di Macrobio sembra rafforzare l’ipotesi di un ricercato pa-
rallelo tra Demogorgone e l’architetto Platonico che nel contesto del mito va
oltre la dimensione artistica per arrivare a coinvolgere anche l’ambito poli-
tico. Similmente a Demogorgone, nell’universo della storia e della vita civile
l’essere umano è chiamato a separare gli elementi che generano disordine
al fine di creare le condizioni ottimali perché l’agire umano possa perseguire
il suo fine naturale che a livello collettivo coincide con il bene comune. In
questo universo il diritto è strumento ordinatore privilegiato per garantire
l’ideale armonia delle parti sociali che è alla base della pace e della prospe-
rità, e per realizzare nel contesto politico la ricercata similitudine con la di-
mensione celeste. In questa prospettiva dove l’azione del giurista si affianca
con importanza sempre maggiore a quella del politico, l’ordinamento giuri-
dico si profila non tanto come un insieme di norme che ratifichino leggi
eterne iscritte nel creato (espresse soprattutto negli usi e nelle consuetudini
che costituiscono una regolamentazione spesso spontanea di casi concreti),
ma come produttore di diritto. In quanto tale è centrale all’organizzazione
politica e sociale e la legge in cui si concretizza (che individua fattispecie
astratte e le applica ai casi concreti) diviene strumento imprescindibile per
la realizzazione del bene comune. È chiaro che a quest’altezza dello sviluppo
del pensiero giuridico il bene comune viene idealmente inteso come il fine
naturale del governo di un popolo in cui convergono sia il fine temporale

17 Boccaccio, Genealogie 1.3.10.


18 Boccaccio, Genealogie 1.3.6.

[Link] 137
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

della pace e prosperità che quello spirituale dell’armonia con il divino. Af-
finché il diritto possa realizzare questa convergenza deve tendere ad identi-
ficare ciò che è “secundum naturam iustus dictus,” ovvero ciò che i giuristi
medievali definivano come aequitas. 19 Sviluppandosi in questa direzione,
nel pensiero politico umanistico la figura del giurista diverrà sempre più
centrale e il diritto si svilupperà come struttura portante del progetto poli-
tico e vero instrumentum regni.
Tenendo conto di questo contesto ideologico, il richiamo di Boccaccio
alla ragione naturale assume un particolare rilievo per l’aspetto politico del
Decameron. Boccaccio, studente di diritto all’università di Napoli (negli
anni in cui, forse, vi insegnò Cino da Pistoia) e testimone della crisi politica
della repubblica fiorentina negli anni della tirannia del Duca d’Atene, si di-
mostra preoccupato dal progressivo affermarsi di regimi assolutistici con
l’avallo del potere ecclesiastico, come nel caso di Giovanni Visconti a Mi-
lano. In tale prospettiva, non sorprende che Boccaccio ordini la magmatica
materia novellistica all’interno dell’architettura delle cornici e che proprio
in questo spazio narrativo l’inscindibile legame tra educazione morale e pro-
getto politico emerga sullo sfondo del rapporto tra ordine naturale e civile. 20

3. Tirannia, diritto e “ragione naturale”


L’idea medievale degli specula principum per cui il tiranno era percepito
come punizione divina per i peccati della comunità e che quindi la tirannia
si dovesse pazientemente sopportare come espiazione in vista della salvezza
comune al tempo del Boccaccio era ormai al tramonto. 21 In una civiltà dove
la fonte di legittimazione del potere non derivava più sostanzialmente o ne-
cessariamente dalle istituzioni universalistiche a cui veniva riconosciuto
mandato divino (il Papato e l’Impero) ma trovava origine nella naturalità
della civitas e nel consenso dei cittadini, il tiranno diviene una figura di

19 Isidoro da Siviglia, Etimologie 10.7. Per l’espressione ricorrente nella letteratura politica
medievale si veda Grossi 2011, 94 n. 26. L’aequitas si traduce in un principio di concor-
danza che stabilisce un trattamento giuridico paritario di circostanze equiparabili: “ae-
quitas est rerum convenientia quae in paribus causis paria iura desiderat.” La definizione
è da un frammento di uno dei primi glossatori, citato in Grossi 2011, 176.
20 Ricci 1968.
21 Per la figura del tiranno negli specula principum si veda Claudio Fiocchi, Mala potestas,

20–26. Sui maggiori trattati, si veda la raccolta di saggi pubblicata da De Benedictis e


Pisapia 1999.

[Link] 138
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

abuso di potere rispetto alla missione di conseguire il bene comune. 22 In


questa percezione del potere sovrano non più legata a una visione provvi-
denzialistica che assegnava all’essere umano un ruolo passivo nella storia,
matura la teorizzazione della resistenza alla tirannia. Con l’affermarsi delle
signorie e sovranità nazionali l’idea che alla tirannia si possa resistere e
l’ordo politico possa essere rovesciato in quanto non necessariamente ade-
rente all’ordo divino avrà ampio sviluppo in autori come Giovanni di Sali-
sbury, Tommaso d’Aquino, Guglielmo d’Ockham, Marsilio da Padova e Bar-
tolo da Sassoferrato. Con quest’ultimo, in particolare, il problema della ti-
rannia verrà trattato non solo come problema di ordine morale — in conti-
nuità con la tradizione della teologia politica medievale — ma anche e so-
prattutto da un punto di vista strettamente giuridico. La distinzione tra ti-
ranno ex defectu tituli ed ex parte exercitii di Bartolo definisce i due casi in
cui la legittimità del tiranno viene a mancare. Questa distinzione, presente
in nuce già in Tommaso d’Aquino, anche se ancora in un’ottica teologica più
che giuridica, influenzerà tutta la letteratura umanistica sulla tirannide e
fornirà una base giuridica alla legittimazione del tirannicidio. 23

22 Si veda, ad esempio, la concezione dello Stato in Tommaso d’Aquino, per il quale esso è
“un organismo naturale che si fonda nel disegno stesso della Creazione e che deve essere
organizzato in modo da consentire il perseguimento del bene comune; comunità di ra-
gione e di volontà e luogo dove le virtù dell’uomo possono trovare realizzazione, posto e
precisato che le virtù sono proprio dei possibili e che consentono all’uomo di valorizzare
le sue tendenze naturali” (Maglio 2006, 99). Strumento necessario al conseguimento del
bene comune è per Tommaso la legge: “Finis autem humanae legis est utilitas hominum”
‘Il fine della legge è l’utilità degli uomini,’ per cui il concetto di utilità comprende sia la
dimensione materiale, sia quella spirituale ed è coerente con la relazione che lega le leggi
divine, naturali ed umane. Riprendendo i principi già enunciati da Isidoro da Siviglia,
Tommaso specifica quindi che la legge deve essere tale: “quod religioni congruat, inquan-
tum scilicet est proportionata legi divinae; quod disciplinae conveniat, inquantum est
proportionata legi naturae; quod saluti proficiat, inquantum est proportionata utilitati
humanae” ‘che “sia in conformità con la religione,” conforme cioè alla legge divina, che
“sia appropriata alla disciplina,” conforme cioè alla legge di natura, che “sia a vantaggio
della salute pubblica,” conforme cioè all’umana utilità’ (S. th. 1a–2ae, q. 95, a. 3).
23 In Giovanni di Salisbury, pur arrivando in casi estremi a giustificare il tirannicidio, ri-

mane ferma l’idea della derivazione del potere del tiranno dalla volontà divina. Si veda
Giovanni di Salisbury, Policraticus, a cura e traduzione di Carey J. Nederman, Cam-
bridge, Cambridge University Press, 1990, in particolare i libri 3–8. Marsilio da Padova
non sviluppa una vera e propria teoria della resistenza al tiranno come gli altri autori
citati. La distinzione tra funzione legislativa ed esecutiva dovrebbero, nell’organizzazione
istituzionale del Defensor pacis, assicurare sufficienti meccanismi di garanzia e controllo
dell’operato di chi governa. Sui poteri di controllo del governo si veda ad es. Marsilio da
Padova, Defensor pacis 1.15.2 in Marsilio da Padova 1975. Tommaso d’Aquino favorisce

[Link] 139
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

Boccaccio stesso sostiene con veemente oratoria il diritto al tirannicidio


nell’invettiva contro i re superbi del II libro del De casibus:
In hunc coniurare, arma capessere, insidias tendere, vires opponere mag-
nanimi est, sanctissimum est et omnino necessarium, cum nulla fere sit
Deo acceptior hostia tyramni sanguine. (De casibus 2.5.7) 24
Congiurare contro di lui [il tiranno] prendere le armi, tendergli insidie, re-
sistergli con la forza è da magnanimi, è sacrosanto, ed è assolutamente ne-
cessario, perché quasi nessun sacrificio è più gradito a Dio del sangue d’un
tiranno.
Il tiranno è per Boccaccio nemico di Dio, aberrazione morale ancor
prima che politica. Del resto, anche nel trattamento giuridico e filosofico del
Trecento, la tirannia continua ad essere considerata una degenerazione
frutto della corruzione morale e solo nell’adesione della legge umana al di-
ritto naturale si vede il modo di prevenire la corruzione delle istituzioni.
Proprio questa degenerazione Boccaccio illustra e denuncia tra gli effetti
della peste del 1348 a Firenze:
E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda auttorità
delle leggi, cosí divine come umane, quasi caduta e dissolute tutta per li
ministri e essecutori di quelle, li quali, sí come gli altri uomini, erano tutti
o morti o infermi o sí di famiglie rimasi stremi, che uficio alcun non potean

soluzioni costituzionali ma riconosce la legittimità della resistenza al tiranno fino a trat-


tare della sommossa e della sedizione nella Summa theologiae (2a–2ae, q. 42, a. 2). Tom-
maso tratta della tirannia anche nell’opuscolo politico De regno ad Regem Cypri (De
regimine principum), completato da Tolomeo da Lucca intorno al 1300, in Tommaso
d’Aquino 1997. La distinzione tra due tipi di potere non divinamente legittimato, rispetto
al modi di acquisto e al modi d’uso, si trova nelle Sentenze (2, d. 44, q. 2, a. 2 [citato in
Costa 1969, 369]). Gugliemo d’Ockham fonda il diritto di resistenza al tiranno sul prin-
cipio che il governo deve rispettare la libertà dei sudditi in quanto essenza di quella lex
evengelica che è orizzonte entro il quale non solo la chiesa ma anche la società politica si
muove. Si veda, in particolare, l’argomento sviluppato nelle Octo quaestiones de pote-
state papae 3.4–6, in Gugliemo di Ockham 2002. In Bartolo da Sassoferrato è necessario
il ricorso, quando possibile, ad autorità superiori (Impero e Papato) ma dove questo non
fosse possibile è necessario un procedimento giurisdizionale per la deposizione (nel caso
di abuso di potere legittimo, o tirannia ex parte exercitii) o condanna a morte del tiranno
(nel caso l’esercizio del potere sia illegittimo, ovvero il tiranno governi ex defectu tituli).
Il diritto alla resistenza e alla soppressione del tiranno in caso di usurpazione di titolo
legittimo (ex defectu tituli) si consolida nella trattatistica sulla tirannide che fiorisce tra
Trecento e Quattrocento. Per le varie posizioni di autori come Baldo degli Ubaldi, Luca
da Penne, Coluccio Salutati, Nicola Oresme, Jean Petit, Jean Gerson ed altri, si veda Fioc-
chi 2004, 123–62. Si veda anche Costa 1969, 368–74.
24 Il De casibus si cita da Boccaccio 1983.

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare.
(Dec. [Link].23) 25
Pampinea, quasi continuando il discorso del narratore proemiale, ri-
corda ai suoi compagni che come la medicina aveva fallito nel curare l’orga-
nismo umano, così la legge si era dimostrata incapace di prevenire il collasso
dell’organismo sociale. 26 L’unico modo per ripristinare l’ordine dal caos
della peste sembra essere il ricorso a quella “ragione naturale” che la stessa
narratrice invoca nella sua orazione ai compagni in Santa Maria Novella:
Natural ragione è, di ciascuno che ci nasce, la sua vita quanto può aiutare
e conservare e difendere […] E se questo consentono le leggi, nelle solleci-
tudini delle quali è il ben vivere di ogni mortale, quanto maggiormente,
senza offesa d’alcuno, è a noi e qualunque onesto alla conservazione della
nostra vita prendere quegli rimedi che noi possiamo? (Dec. [Link].53–
54) 27
L’ordine politico, così come l’ordine giuridico, deve trovare il suo fonda-
mento nella “natural ragione,” che nel discorso di Pampinea si presenta
come fonte e fondamento del diritto e, nella distruzione delle istituzioni
conseguenza della peste, principio di riferimento per la ricostituzione
dell’ordine sociale ed anche morale. 28 È la ragione naturale che infatti per-
mette di discernere ciò che si deve perseguire e ciò che si deve evitare, come
l’allontanarsi dalla corruzione fisica, morale e politica della Firenze asse-
diata dalla pestilenza. Nella sensibilità boccacciana alla ragione naturale,
che individua le leggi eterne iscritte nella storia, sembra riflettersi il pen-
siero giusnaturalista della tradizione medievale come andava evolvendosi
alla luce delle trasformazioni politiche e istituzionali della società comunale
contemporanea a Boccaccio. Nelle citate parole della novellatrice, da cui

25 Le citazioni sono da Boccaccio 1992a.


26 La visione del corpo sociale e politico come organismo emerge soprattutto in Marsilio da
Padova e deriva, secondo Joel Kaye (2014, 299–344), da una diretta influenza delle teorie
mediche di Galeno.
27 Come giustamente nota Marco Veglia, non si tratta di un semplice richiamo alla soprav-

vivenza ma al “bene vivere,” cioè ad una vita degna della dignità dell’essere umano, con
implicazioni quindi di ordine non solo naturale ma anche etico, e di conseguenza politico:
“dunque il ‘saper vivere’ è il vero scopo della ‘conservazione […] della vita’ che Pampinea
si prefigge in Santa Maria Novella (I Introd., 54): una vita non fisica, non biologica, ov-
viamente, ma anche morale” (Veglia 2000, 72–73). Cfr. Veglia 2008, 7 n. 19.
28 Marco Veglia ritrova in Pampinea la voce del diritto naturale come eterno e superiore a

quello prodotto dall’uomo, identificabile con la cosiddetta “legge di Antigone” (Veglia


2008, 21). Per la rilevanza dell’aspetto giuridico nel Decameron, e della cultura giuridica
del Boccaccio si vedano: Chiappelli 1988; Cherchi 2000, 119–32; Sherberg 2011, 59–106.

[Link] 141
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

emerge in filigrana la presenza dell’autore proemiale, si ritrova non a caso


l’eco della definizione di diritto naturale che da Isidoro di Siviglia in poi si
era andata affermando nel medioevo: 29
Ius autem naturale [est], aut civile, aut gentium. Ius naturale [est] com-
mune omnium nationum, et quod ubique instinctu naturae, non constitu-
tione aliqua habetur.
Il diritto può essere naturale, civile o delle genti. Il diritto naturale [è] co-
mune a tutti i popoli ed esiste ovunque in virtù non già di qualche costitu-
zione, bensì di un istinto di natura. (Etymologiae 5.4) 30
Il diritto naturale, “istinto di natura,” è un diritto eterno e universale che
non si esaurisce nell’obbedienza a quelle leggi che regolano l’istinto nel
mondo animale soltanto. Istinto, relativamente all’uomo, come ribadirà
Tommaso d’Aquino, si riferisce alla sua natura di essere razionale. 31 Così,
attraverso le successive rielaborazioni della Scolastica, Marsilio da Padova
nel suo Defensor pacis distingue due accezioni in cui si intende il diritto
naturale:
Et dicitur ius naturale secundum Aristotelem IV Ethicorum, tractatu De
Iusticia, statutum illud legislatoris, in quo tamquam honesto et obser-
vando quasi omnes conveniunt, ut Deum esse colendum, parentes hono-
randos, humanae proles usque ad tempus parentibus educandas […].
(Defensor pacis 2.12.7)

29 Ho trattato delle corrispondenze retorico-ideologiche tra Pampinea e l’autore del proe-


mio del Decameron in Barsella 2007.
30 Isidoro di Siviglia 2004, ad loc. Isidoro include diritti naturali quali l’accoppiamento, il

diritto all’educazione dei figli, la legittima difesa, cosí come istituzioni che sorgono
nell’ambito della vita associata quali la restituzione del denaro dato in custodia, o il
diritto all’acquisto. È già palese l’esigenza di estendere l’ambito del diritto naturale a
situazioni che sorgono nell’ambito della vita associata civile e che non hanno un
corrispettivo in natura.
31 Per Tommaso d’Aquino è naturale nell’uomo agire secondo ragione ma non sempre la

legge naturale coincide con ciò che è utile all’uomo: “naturalis inclinatio inest cuilibet
homini ad hoc quod agat secundum rationem. Et hoc est agere secundum virtutem […]
non omnes actus virtuosi sunt de lege naturae. Multa enim secundum virtutem fiunt, ad
quae natura non primo inclinat; sed per rationis inquisitionem ea homines adinvenerunt,
quasi utilia ad bene vivendum” ‘in ogni uomo c’è la naturale inclinazione ad agire secondo
ragione. E ciò coincide con l’agire secondo virtù. […] non tutti gli atti di virtù riguardano
la legge naturale. Molti infatti sono gli atti compiuti secondo virtù, ai quali in prima bat-
tuta la natura non tende; ma attraverso la ricerca razionale gli uomini li hanno ricono-
sciuti come utili al ben vivere’ (S. th. 1a–2ae, q. 94, a. 3).

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

“diritto naturale” viene detto, secondo il libro IV dell’Etica di Aristotele,


che tratta della giustizia, quella disposizione del legislatore in cui il conte-
nuto della prescrizione coincide col bene morale, come rendere culto a Dio,
onorare i genitori, educare i figli.
Sono gli atti che vengono universalmente riconosciuti come leciti da tutti i
popoli, quelli a cui si riferisce Pampinea. Tuttavia il diritto naturale è anche
inteso come norma che segue la retta ragione, che non necessariamente
coincide con il contenuto delle leggi umane:
recte racionis agibilium dictamen, quod sub iure divino collocant, propte-
rea quod omne factum secundum legem divinam et secundum recte racio-
nis consilium simpliciter est licitum; non tamen omne factum secundum
leges humanas, quoniam in quibusdam a recta racione deficiunt.
(Defensor pacis 2.12.8)
il dettame della retta ragione riguardo agli atti pratici, che collocano sotto
il diritto divino. Pertanto, tutto ciò che viene fatto secondo la legge divina
e secondo la deliberazione della retta ragione sarebbe lecito; non così in-
vece tutto quel che viene fatto secondo le leggi umane, poiché spesso si
discostano dalla retta ragione.
Il diritto naturale estende il suo ambito a tutte quelle norme non scritte e
tuttavia spontaneamente rispettate come gli usi e le norme morali, purché
fatte “secondo la legge divina,” ma può non essere necessariamente riflesso
in quello umano. L’adesione al diritto naturale si configura non solo come
adesione ad atti universalmente riconosciuti come leciti, ma anche e soprat-
tutto come adesione alla “retta” ragione, ovvero a quell’inclinazione natu-
rale ad agire razionalmente e quindi secondo virtù che è propria dell’uomo,
come già affermava Tommaso sulla scia di Aristotele. 32 Il discorso sulla ti-
rannia e la legittimità della rivolta contro il tiranno, si sviluppa proprio in
termini di contrasto tra legge umana, stabilita dal tiranno, e legge naturale
(nel senso sopra visto), che trascende la legge umana nel rispetto della più
alta lex divina. Il tiranno, infatti, infrange — come Baldo degli Ubaldi mette
in evidenza e come ritroviamo nella novella di Gualtieri — le norme naturali
e razionali del diritto alla conservazione di sé, dei figli e dei propri beni. Il
richiamo alla necessità di rifondare, seppur provvisoriamente, l’ordine della
brigata sul principio della ragione naturale rivela come le geometrie strut-
turali del Decameron si inseriscano nella cornice al tempo stesso etica e po-
litica della tradizione giusnaturalista.

32 Si veda nota 22.

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4. Boccaccio e i tiranni tra Decameron e De casibus


Che Boccaccio fosse sensibile alla figura del tiranno è dovuto probabilmente
al fatto che egli stesso aveva sperimentato gli effetti della tirannia durante il
breve regime del Duca d’Atene agli inizi degli anni ’40. Nuovamente, agli
inizi degli anni ’60, si ritrovò indirettamente coinvolto nella congiura contro
il regime oligarchico fiorentino, con sfumature tiranniche, stabilitosi con la
promulgazione delle ordinanze di giustizia contro i ghibellini e i “falsi”
guelfi.33 Questi eventi lasciarono un’impronta nelle opere del Boccaccio. Ne-
gli anni del suo auto-esilio a Certaldo, dopo che la congiura venne scoperta
e il poeta perse le cariche pubbliche che ricopriva per il comune di Firenze,
l’autore rivede il De casibus, scrive il De mulieribus, riscrive e forse revi-
siona — a più riprese — il Decameron nella stesura dell’autografo Hamilton
90 fino ai primi anni ’70. 34 Fondamentale per comprendere il profondo sen-
timento anti-tirannico che caratterizza l’opera del Boccaccio in particolare
a partire dai primi anni ’40, dopo la cacciata del Duca di Atene da Firenze,
è il De casibus virorum illustrium.
Composto probabilmente intorno al 1356–57 nella sua prima redazione,
ultimato verso il 1360 e rivisto fino almeno al 1373, Boccaccio dedica la se-
conda redazione del De casibus a Mainardo Cavalcanti per mancanza di
principi o papi degni. L’opera, di chiara impronta politica, presenta nelle
alterne vicende di uomini illustri dalle origini mitologiche del mondo fino al
periodo contemporaneo un vero e proprio repertorio di tiranni. Nei nove
libri che costituiscono il testo, di cui solo gli ultimi due dedicati all’epoca
contemporanea, Boccaccio offre una trattazione di tipo didattico-morale
delle avverse vicende di personaggi illustri, storici, biblici, mitologici, infra-
mezzata da invettive, sermoni e digressioni rivolti alla correzione dei vizi, a
cui chi detiene il potere è più facilmente esposto come la superbia (1.4; 1.14

33 Sugli effetti della congiura del 1360–61 nella vita di Boccaccio e i riflessi di polemica anti-
tirannica nel De mulieribus claris — scritto come il De casibus negli anni immediata-
mente successivi —, si veda Elsa Filosa 2014. Si veda anche Filosa 2015.
34 Branca 1997, 172–73. Secondo Pier Giorgio Ricci e Vittorio Zaccaria il testo conosce due

redazioni (A e B), la prima presumibilmente datata tra la metà degli anni ’50 e la seconda
nel 1373, contenente la lettera dedicatoria a Mainardo Cavalcanti. Il De casibus viene
completato degli ultimi due libri (8–9) dedicati ai casi degli uomini illustri contempora-
nei solo dopo il 1359, forse su esortazione di Petrarca (che in questa funzione compare
all’inizio dell’VIII libro). Per la composizione, struttura del testo e fonti si veda l’introdu-
zione di Vittorio Zaccaria al De casibus virorum illustrium in Boccaccio 1983, XV–LI.
Cfr. Miglio 2002 (soprattutto per il rapporto con il De viris petrarchesco) e Marchesi
2013.

[Link] 144
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

e 2.5), la lussuria (3.4), la gola (7.7) e la blasfemia (8.12). Esplicite sono le


invettive contro la tirannia, collegata secondo l’antica lezione gregoriana
alla superbia che vedremo più avanti, quali quella riportata più sopra e nel
breve capitolo 12 dell’VIII libro (In tyramnos pauca). Tradotto in francese
da Laurent de Premierfait, conosciuto da Coluccio Salutati, citato come au-
torità morale da Jean Petit nella sua perorazione a favore del tirannicidio, il
De casibus vanta una rilevante diffusione come trattato sull’educazione del
principe. 35 L’opera descrive l’ascesa e la caduta degli uomini illustri (ma nu-
merosi sono anche gli esempi femminili) in una prospettiva che mette al
centro delle vicissitudini dei grandi non la cecità della fortuna ma la respon-
sabilità morale dei singoli nel non saperla assecondare e conservare. 36
In apertura del III libro, Boccaccio riporta una favola, appresa da Andalò
dal Negro ai tempi del suo apprendistato napoletano, sul contrasto tra For-
tuna e Povertà, quest’ultima emblematicamente intesa come guida per sot-
trarsi alle lusinghe dei beni mondani. Nella favola Povertà vince Fortuna, e
impone che la dea mantenga il suo dominio sulla buona sorte ma lasci in
catene quella cattiva in modo che essa “non soltanto non possa varcare la
soglia di qualcuno, ma neppure allontanarsi di là, se non con colui che la
sciolga.” 37 I “casi” dei vari personaggi che l’autore incontra in visione attra-
verso le varie epoche e tradizioni sono infatti, dice Boccaccio, di “quelli che
sciolsero dal palo la cattiva sorte.” 38 Il tema ritorna in apertura del VI libro
nel dialogo tra Fortuna e l’autore, il quale chiede alla “mostruosa” dea di
assecondare la sua opera perché il suo nome sia ricordato alla posterità.
Fortuna però rimprovera l’ingenuità dell’autore nel perseguire la fama affi-
dandosi alla sua benevolenza e implicitamente rimanda alla citata favola del
libro III: “voi credete che la Fortuna — come la dipingete sulle pareti — sia

35 Per la fortuna di quest’opera in Europa e la sua influenza sul genere didattico dei manuali
per l’educazione dei principi (Fürstenspiegel) si veda Scanlon 1994, 322–50. Nell’Epi-
stola I Coluccio Salutati cita le opere da lui conosciute di Boccaccio, che comprendono le
Genealogie deorum gentilium, il De montibus, il Buccolicum Carmen, e il De casibus,
probabilmente non conosciuto prima del 1378. Il capitolo dedicato al Duca di Atene da
Boccaccio nel De casibus (9.24) costituisce anche una delle fonti di Leonardo Bruni nelle
Historiae fiorentine 6.111–28. Coluccio Salutati, che intrattiene rapporti d’amicizia con
Boccaccio e con il quale corrisponde dal 1367, conosce e forse utilizza il De casibus. Per
la conoscenza dei testi boccacciani di Salutati, si veda Ullman 1963, 41 e 219.
36 Il tema che la virtù sia più necessaria nella buona che nella cattiva fortuna è proprio

anche del Petrarca: “difficilius prospere fortune regimen existimo quam adverse” De re-
mediis utriusque fortunae Prefatio 90, in Petrarca 2002.
37 De casibus, 3.1.20–21.
38 De casibus 3.1.23.

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

inesorabile, inconsulta e cieca, mentre siete voi accecati dall’appetito con-


cupiscibile.” 39 Convinta dalla perorazione dell’autore, Fortuna tuttavia de-
cide di assecondarne gli sforzi purché si applichi con solerzia al compito
preposto dal momento che il desiderio di fama e di potere deve essere tem-
perato da “regolato appetito.” La formula è la stessa che troviamo nel proe-
mio del Decameron (proemio 3), ed anche in questo caso suggerisce il ruolo
“ordinatore” della scrittura nel contenere e dare regola razionale alle pas-
sioni. Le apparizioni di Fortuna illustrano quanto la caduta dei personaggi
illustri sia vista da Boccaccio come problema morale, frutto degli sregolati
appetiti dei grandi. L’autore stabilisce un principio di responsabilità nei
confronti di chi per mancanza di virtù è artefice della propria rovina, come
nel caso dei tiranni. Tale principio è del resto il fondamento della necessità
di educare soprattutto chi sale ad altezze dalle quali è facile cadere, se non
adeguatamente preparati. Tale sembra essere l’intento dell’opera.
Il De casibus presenta nei confronti della tirannia un approccio simile a
quello che caratterizza la novella di Gualtieri (Dec. 10.10): in entrambi i te-
sti, come vedremo, il tiranno è effetto politico di una causa morale. In par-
ticolare, è il frutto della superbia come peculiare forma di concupiscenza del
potere. In questo senso Boccaccio sembra dare corpo esemplare al dettato
della definizione che risaliva a Gregorio Magno e che costituiva il comune
fondamento della trattatistica politica medievale:
Bene autem superbiam impii tyrannidem vocat. Proprie enim tyrannus di-
citur qui in communi republica non iure principatur. Sed sciendum est
quia omnis superbus iuxta modum proprium tyrannidem exercet. Nam
quod nonnumquam alius in republica, hoc est, per acceptam dignitatis po-
tentiam, alius in provincia, alius in civitate, alius in domo propria, alius
per latentem nequitiam, hoc exercet apud se in cogitatione sua. (Moralia
in Iob 12.38) 40
Giustamente la superbia dell’empio è chiamata tirannia. Si dice propria-
mente tiranno chiunque nello Stato governi contro il diritto. Ma si deve
sapere che ogni superbo esercita la tirannide secondo il modo a lui proprio.
Poiché questo a volte uno esercita nello Stato secondo il potere conferito-
gli, un altro in una provincia, un altro nella città, un altro nella propria
famiglia, un altro per celata malvagità tra sé nei suoi pensieri.

39 “[I]nexorabilem inconsultam cecamque, uti parietibus impingitis, arbitramini Fortunam


fore, cum vos sistis ab appetitu concupiscibili certo privati lumine” (De casibus 6.1.17).
Nella risposta di Fortuna c’è un’eco delle parole con cui Marco Lombardo afferma la re-
sponsabilità morale degli esseri razionali dotati di libero arbitrio contro il determinismo
celeste “Voi che vivete ogne cagion recate / pur suso al cielo, pur come se tutto / movesse
seco di necessitate.” (Purg. 16.67–69).
40 Gregorio Magno 1979, 654. Se non altrimenti indicato le traduzioni sono dell’autrice.

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

Per Gregorio Magno la tirannia è degenerazione causata dal vizio di su-


perbia, investe ogni ambito di relazione, opera ad ogni livello dal privato al
pubblico, e consiste in uno smodato desiderio di dominare. Coerentemente
a questa visione morale della tirannia Boccaccio denuncia la “libido” di po-
tere nella lettera dedicatoria a Mainardo Cavalcanti, in cui spiega di aver
voluto scrivere un’opera di pubblica utilità (“quale utilità potessi con le fa-
tiche dei miei studi arrecare allo stato”) che illustri le “oscene libidini dei
principi e in generale di chi comanda, i truci eccessi, i colpevoli ozi, le insa-
ziabili cupidigie, gli odi che grondano sangue, le sùbite e feroci vendette, gli
infiniti nefandi delitti.” 41 La raccolta, ha infatti un fine politico che consiste,
come rileva Vittorio Zaccaria nell’“esortare attraverso la tecnica degli exem-
pla al risanamento dei mali della società, provocati dal cattivo esercizio del
potere.” 42
La posizione anti-tirannica che Boccaccio manifesta nel De casibus è co-
mune anche ad altre opere. Nel Buccolicum carmen, ad esempio, Boccaccio
non sembra particolarmente affascinato neppure dalla figura del tiranno il-
luminato, quale può apparire agli occhi del prigioniero Dorilus, il Lycidas
dell’ecloga X (Vallis opaca). 43 Sebbene Dorilus — forse un cortigiano o let-
terato caduto in disgrazia dopo la morte del tiranno — lo saluti come una
specie di salvatore (“Spes lapsa resurgit; / tu celum campos fluvios armen-
taque nobis / restitues”), Lycidas è condannato nella valle infernale ad es-
sere gettato nel fuoco da una rupe insieme agli altri “lupi.” 44

41 “[Q]uid ex labore studiorum meorum possem forsan rei publice utilitatis addere”; “prin-
cipum atque presidentium quorumcunque obscene libidines, violentie truces, perdita
ocia, avaritiae inexplebiles, cruenta odia, ultiones armate precipitesque et longe plura
scelesta facinora.” De casibus, proemio al capitolo 1.1.
42 Zaccaria in Boccaccio 1983, XVII.
43 Nella Epistola XXIII inviata a fra’ Martino da Signa e contenente una stringata spiega-

zione delle allegorie del Buccolicum Boccaccio spiega: “Pro Lycida ego quendam olim
tyrannum intelligo, quem Lycidam a ‘lyco’ denomino, qui latine ‘lupus’ est: et uti lupus
rapacissimum animal est, sic et tyranni rapacissimi sunt hominem” ‘Licida voglio che sia
uno già tiranno, il qual Licida chiamo da “lyco,” che in latino significa “lupus”; come in-
fatti il lupo è rapacissimo animale, così anche i tiranni sono i più rapaci tra gli uomini.’
Dorilus è invece “quidam captivus cum assiduo merore consistens, dictus a ‘doris’ quod
‘amaritudo’ sonat” ‘un prigioniero sprofondato in un continuo dolore, così chiamato da
“doris” che vale “amaritudo”’ (Ep. 23.20, in Boccaccio 1992b, 713–23).
44 “[L]la speranza che era caduta risorge; tu ci restituirai il cielo i campi i fiumi gli armenti”

(Bucc. carm. 10.28–30). Lycidas è forse da identificarsi con Ostagio da Polenta, presso
la cui corte il Boccaccio trascorse un periodo tra il 1345 e il 1347. Dorilus, ancora vivo
sebbene nella valle, sembra invece essere un cortigiano o letterato decaduto dopo la

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Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

Ma l’esempio forse più significativo dell’ideologia anti-tirannica di Boc-


caccio rimane la biografia di Gualtieri di Brienne nel De casibus per la pre-
senza del motivo “civile” dell’impegno del letterato, e per il suo collega-
mento con l’altro Gualtieri, il marchese di Sanluzzo di Dec. 10.10. La pro-
spettiva che Dioneo presenta nell’ultima novella trova nel canto XII dell’In-
ferno dantesco un rilevante antecedente per la connessione tra aberrazione
etica e ingiustizia politica, tra bestialità e tirannia, come testimoniano le fi-
gure metà animali e metà umane del Minotauro e dei centauri a guardia del
girone dove i tiranni della Commedia affondano nel sangue. Nel libro nono
del De casibus, l’accostamento tra Dante e il tema della tirannia costituisce
la “cornice” entro cui Boccaccio colloca la storia del Duca d’Atene e fornisce
un concreto elemento a supporto della suggerita identificazione tra Gual-
tieri di Sanluzzo e Gualtieri di Brienne. 45
Seppure posteriore alla supposta data di composizione del Decameron
— ma non necessariamente alle revisioni fino all’autografo Hamilton 90 –
la biografia del tiranno sembra offrire un ulteriore tassello alla lettura in
chiave anti-tirannica della novella X.10. 46 Non è improbabile che nell’im-
maginario Gualtieri di Sanluzzo vi sia un’eco della breve ma traumatica
esperienza della tirannia del Duca che tanto profondamente aveva segnato
la coscienza politica fiorentina, come le cronache contemporanee, dal Vil-
lani a Giovanni Durante, entrambe possibili fonti del Boccaccio, attestano.47
Nella storiografia fiorentina la cacciata del Duca diviene vicenda esemplare
della lotta tra tirannia e libertà repubblicana e portata a simbolo della virtù
civica di Firenze. 48

morte del tiranno. Per le congetture circa l’identificazione dei due interlocutori
dell’ecloga, si veda la nota del curatore (in Boccaccio 1994, 997).
45 Per Gualtieri di Brienne come modello per il Gualtieri della novella 10.10, si vedano an-

che Houston 2010, 69–73, and Ginsberg 2002, 208–25.


46 La suggestione della coincidenza dei nomi propri del marchese e del duca non esclude

un’altra importante presenza in filigrana nel nome di Gualtieri, ovvero del De amore di
Andrea Cappellano. Si veda Barbiellini Amidei 2005.
47 La tirannia del Duca d’Atene è trattata con molto rilievo non solo dal Villani, che è una

fonte attestata di Boccaccio, ma anche da un altro cronista contemporaneo all’autore,


Francesco di Giovanni di Durante. La Chronichetta di Durante (in Velluti 1731, 141–48)
è frammentaria e copre solo gli anni dal 1342 al 1348. Si veda anche Villani 1991, ad 13.1–
17. Per le cronache contemporanee sulla vicenda del Duca d’Atene, si veda Morreale 2011.
48 Gualtieri di Brienne, chiamato dai fiorentini nel 1343 a fronteggiare la crisi finanziaria

del comune e le conseguenti tensioni politiche che seguirono al mancato pagamento dei
debiti contratti con i banchieri fiorentini di Edoardo III d’Inghilterra, il duca aveva in-
staurato un regime politico dispotico con il supporto delle classi popolari. Il suo governo
durò dieci mesi prima che i magnati riuscissero ad estrometterlo dal potere. I fiorentini

[Link] 148
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

A testimoniare il rilievo che Boccaccio dà alla vicenda del Duca d’Atene


è la sua strategia retorica. Il narratore del De casibus presenta la biografia
come risposta all’accorata richiesta dell’ombra di Dante. Quasi a voler com-
pletare la lista dei tiranni dell’Inferno, il poeta chiede all’autore che racconti
non la sua storia di esule, ma quella esemplare del Duca e della dappocag-
gine dei suoi concittadini affinché i fiorentini non perdano memoria di
quella tirannia che fu la loro maggiore vergogna 49:
ne illatorem, perpetui eorum dedecoris preterires, ostensurus accessi
sono venuto perché tu non taccia di colui che causò a Firenze perpetua
vergogna. (De cas. 9.24.8)
Boccaccio dipinge Gualtieri di Brienne come “seva regni cupidine agita-
tus” ‘guidato da una torva ingordigia di signoreggiare’ (De cas. 9.24.10) e
insiste sul corrotto profilo morale del tiranno che descrive come “bilinguem,
avarum, detractorem, immanem, inexorabilem, ingratum, scelestum, soli
sibi vacantem, nil sancti, nil iusti, nil boni habentem” ‘bugiardo, avaro, scel-
lerato, crudele, inesorabile, perfido, ingrato ed egoista, non aver in sé niente
di santo, niente di giusto, niente di buono’ (De cas. 9.24.27). Privo di libe-
ralità, abusa dei suoi sudditi provandone la pazienza con un comporta-
mento dispotico, che non risparmia né figli né sorelle né mogli (De cas.
9.24.27). Il ritratto del Duca d’Atene presenta implicazioni etico-politiche
simili a quello del Gualtieri decameroniano. Entrambi agiscono dispotica-
mente per assicurare non il bene comune, ma il proprio individuale inte-
resse. Entrambi si inseriscono nella prospettiva boccacciana della condanna
della tirannia come vizio morale che minaccia dalle fondamenta, se non ade-
guatamente corretto da un’educazione che il letterato può offrire, qualsiasi
progetto politico.

5. Bene comune e ragione naturale in Dec. 10.10. Implicazioni della


tirannia per la cornice del Decameron
La novella che chiude il ciclo narrativo del Decameron e riveste un’impor-
tante ruolo di cerniera tra cornice e novelle doveva richiamare facilmente
alla mente dei contemporanei di Boccaccio la figura del Duca d’Atene, non

esaltarono, legittimando quanto era ancora giuridicamente controverso, il rovescia-


mento del tiranno in un caso di governo legittimo ma in abuso di potere ex parte excer-
citii. Questo tema si svilupperà con l’acuirsi delle tensioni tra Firenze e Milano tra la fine
del ’300 e l’inizio del ’400, nel clima che farà da sfondo al De tyranno di Coluccio Salutati.
49 De casibus 9.23.

[Link] 149
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

solo per l’esplicito riferimento del nome del protagonista, Gualtieri, ma an-
che per il tema trattato. In Dec. 10.10 Dioneo presenta infatti una storia di
tirannia di cui vengono messi in gioco sia all’aspetto pubblico che privato.50
La patina retorica ci fa percepire il piccolo marchesato di Sanluzzo (Pie-
monte) in cui è ambientata la novella come immerso in un’atmosfera feu-
dale. In realtà la corte immaginata da Boccaccio fornisce lo sfondo per illu-
strare aspetti problematici del potere e dei suoi limiti nella prospettiva “mo-
derna” delle nascenti signorie.
La dimensione politica della novella è già nell’evento stesso che dà l’av-
vio all’azione. 51 Il giovane Gualtieri trascorre tranquillamente la vita tra
cacce e uccellagioni senza darsi pensiero di prendere moglie per assicurare
un erede al marchesato, ovvero quella continuità e stabilità politica neces-
saria ai sudditi:
la qual cosa a’ suoi uomini non piacendo, più volte il pregaron che moglie
prendesse, acciò che egli senza erede né essi senza signor rimanessero, of-
ferendosi di trovargliel tale e di sì fatto padre e madre discesa, che buona
speranza se ne potrebbe avere e esso contentarsene molto. (Dec. 10.10.4)
Dall’iniziale confronto tra il marchese, dedito a una vita spensierata, e la
corte, dispiaciuta che il loro signore non si prenda cura della successione,
vediamo venire in primo piano attanti importanti dell’azione principale: “i
suoi uomini” (troppo spesso rimasti sullo sfondo nella lettura della novella
e che a mio parere costituiscono una voce determinante per la sua interpre-
tazione). Cortigiani e consiglieri assumono del resto uno spazio crescente
nelle tipologie di buon governo che tendono a prevalere nella trattatistica
dalla metà del ’200 in poi. La corte di Gualtieri dà voce all’esigenza dei sud-
diti di avere assicurata, grazie a una legittima successione, quella pax che
già Dante nella Monarchia (c. 1317–18) invocava come condizione per la
realizzazione del compito specifico dell’essere umano e pochi anni dopo
Marsilio da Padova nel Defensor pacis (c. 1324) poneva come condizione
essenziale alla realizzazione del bene comune, in nome del quale il principe

50 Della vastissima bibliografia su questa novella, per lo più incentrata sulla figura di Gri-
selda, si veda almeno Baratto 1996, Mazzotta 1986 122–25. Sullo stesso tema, si veda
anche il capitolo intitolato “La Griselda del Petrarca” in Bessi 2004, 279–92. Per Griselda
come figura della Vergine e di Cristo, si vedano rispettivamente Branca (1992, 388–94),
Cottino-Jones 1973, 38–52. Si vedano anche Marcus (1979, 93–109) e Candido (2007,
17). Altri riferimenti bibliografici sono contenuti nelle note a questo saggio.
51 Per una precedente lettura in chiave di tirannia politica e privata della novella 10.10, si

veda Barsella 2013. Per un’analisi della novella in termini di rapporti di potere relativa-
mente all’ambito matrimoniale, si veda Barolini 2013.

[Link] 150
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

riceve mandato e su cui si fonda la legittimità del suo potere. 52 La richiesta


dei cortigiani dà l’avvio all’azione e provoca la catena di eventi della novella.
Pur cedendo alle richieste dei suoi uomini, il marchese si riserva la li-
bertà di scegliere la sposa e vincola la corte a un preventivo giuramento di
obbedienza. In tal modo, egli riafferma la gerarchica supremazia del suo po-
tere nei confronti dei cortigiani e si sottrae a una indiretta, consuetudinaria,
forma di controllo. Gualtieri sceglie Griselda, la più povera tra le pastorelle
da lui conosciuta solo per fama della sua virtù. 53 Così facendo, dichiara em-
blematicamente la supremazia della nobiltà d’animo su quella di sangue
(ma il cor gentile di Griselda non è qui causa di innamoramento o matura-
zione morale di Gualtieri) e soprattutto sovverte gli usi, mina l’autorità
dell’oligarchia, che è supporto ma anche controllo del sovrano, ed afferma
il suo essere al di sopra di ogni forma di controllo della sua autorità.
Altri elementi inducono a riconsiderare l’aspetto politico della novella;
primo tra tutti le caratteristiche della voce narrante, cioè Dioneo. All’interno
della compagine dei novellatori Dioneo rappresenta con il suo privilegio la
tensione tra legge e libertà nella sperimentale costituzione a cui i dieci gio-
vani danno vita durante il loro temporaneo ritiro da Firenze. È proprio dal
punto di vista dell’unico giovane che ha il potere di sottrarsi alla regola dei

52 Cfr. “[P]roprium opus humani generis totaliter accepti est actuare semper totam poten-
tiam intellectus possibilis, per prius ad speculandum et secundario propter hoc ad ope-
randum per suam extensionem […] Et per consequens visum est propinquissimum me-
dium per quod itur in illud ad quod, velut in ultumum finem, omnia nostra opera ordi-
nantur: quod est pax universalis, que pro principio rationum subsequentium suppona-
tur” ‘L’azione specifica dell’umanità, considerata nella sua interezza, è quella di tradurre
in ogni momento in atto tutta la potenza dell’intelletto possibile, in primo luogo ai fini
del conoscere, in secondo luogo e per estensione ai fini dell’agire. […] e si può perciò
anche vedere qual è la condizione più immediata attraverso la quale raggiungere la meta
cui sono ordinate tutte le nostre azioni, e che ne costituisce il fine ultimo. Tale condizione
è la pace universale, ed essa sarà dunque il principio che verrà posto a fondamento dei
ragionamenti che seguiranno’ (Monarchia 1.4.1 e 1.5.5, in Alighieri 2013). Così Marsilio
da Padova conclude il suo trattato: “Per ipsum [tractatum] enim scitur auctoritas, causa
et concordancia divinarum et humanarum legume et coactive cuiuslibet principatus, que
regule sunt actuum humanorum, in quorum convenienti mensural non impedita pax seu
tranquillitas civilis consistit” ‘Questo trattato permette di conoscere l’autorità, la causa e
la concordanza delle leggi divine e umane, e di ogni governo coattivo, che sono le regole
degli atti umani, nella cui conveniente misura, se non è ostacolata, consiste la pace o la
tranquillità civile’ (Defensor pacis 3.3).
53 Si noti qui una sorta di abbassamento e concretizzazione del modello romanzo dell’amor

de lonh. Quello che muove Gualtieri non è innamoramento ma una specie di “investi-
mento” politico.

[Link] 151
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

governanti (riguardo la materia delle giornate) che Boccaccio fa scorgere nel


Decameron una prospettiva anche politica di rifondazione del mondo. 54 Il
suo privilegio si presenta come un completamento della legge costituita dai
novellatori, coerentemente al principio che ogni buona legge deve contem-
plare in sé l’eccezione. Non è casuale quindi che proprio Dioneo chiuda le
giornate con una novella che illustra gli aspetti problematici del rapporto
tra potere e libertà e centrata sulla figura di Gualtieri. Sebbene siamo inclini
a pensare la novella X come la storia esemplare della sovrumana pazienza e
obbedienza di Griselda a cui Petrarca dette fama rovesciando di fatto la pro-
spettiva di Boccaccio, Dioneo chiama a leggere la novella dalla prospettiva
della matta bestialità del marchese. 55 Così infatti inizia la sua narrazione,
incastonata tra due parentesi comiche e trasgressive che minano una lettura
meramente moralistico-esemplare della novella: 56
Vo’ ragionar d’un marchese, non cosa magnifica ma una matta bestialità,
come che ben ne gli seguisse alla fine; la quale io non consiglio alcun che
segua, per ciò che gran peccato fu che a costui ben n’avvenisse. (Dec.
10.10.3)
Dioneo (così come in verità anche Petrarca e Chaucer) ammonisce il
pubblico a non seguire né l’esempio di Gualtieri né quello di Griselda, la cui
virtù più che fulcro ideologico della novella sembra necessario comple-
mento alla bestialità del marchese al fine di polarizzare la novella in due
eccessi: uno d’abuso, ovvero come eccesso della volontà che si ricollega alla
superbia; l’altro di soggezione al potere, ovvero come eccessiva mancanza
di volontà di fronte al potere anche quando vada a ledere i diritti fondamen-
tali, e naturali, della persona. 57 La virtù sovrumana di Griselda nella misura

54 Cfr. Cardini 2007.


55 La versione di Petrarca della novella 10.10 e la sua interpretazione, si vedano rispettiva-
mente Seniles 17.3 e 4, entrambe indirizzate a Giovanni Boccaccio. Cfr. il De insigni obe-
dientia et fide uxoria di Petrarca (in Petrarca 1975, 2:1312–39).
56 La prima, in apertura, è il richiamo alla novella di Gianni Lotterighi (“Il buono uomo, che

aspettava la seguente notte di fare abbassare la coda alla fantasima, avrebbe dati men di
due denari di tutte le lode che voi date a messer Torello”; Dec. 10.10.2); la seconda, in
chiusura, è affidata alla famosa battuta del pilliccione: “non sarebbe forse stato male in-
vestito d’essersi abbattuto a una che quando, fuor di casa, l’avesse fuori in camiscia cac-
ciata, s’avesse sì a un altro fatto scuotere il pilliccione che riuscito ne fosse una bella roba”
(Dec. 10.10.69).
57 Lo stesso avviso a non prendere né Gualtieri né Griselda come esempi da imitare nel

privato delle relazioni familiari si trova anche in chiusa alle versioni della novella di Pe-
trarca e Chaucher. Petrarca esorta invece a vedere in Griselda il simbolo della costanza
dell’anima nella devozione a Dio. In modo analogo a Dioneo, Chaucer si avvale di una

[Link] 152
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

in cui si fa totale passività, cieca obbedienza e sacrificio di sé e dei suoi figli


va in realtà contro quei principi della ragione naturale, fondati sul diritto
alla vita, in nome dei quali Pampinea aveva esortato i compagni ad abban-
donare Firenze nell’introduzione. La sua liberalità — il dono di sé e dei suoi
— non può che essere destabilizzante all’interno della prospettiva del Deca-
meron. C’è qualcosa di irrazionale nell’abnegazione di Griselda, così come
c’è della logica nella matta bestialità di Gualtieri. Questa logica diviene com-
prensibile se guardiamo al marchese come figura del tiranno e riconosciamo
in Griselda il suddito sottomesso al punto da andare contro i fondamentali
diritti della conservazione di sé e dei propri figli in nome di un fine superiore
che nella novella si presenta piuttosto problematico.
Gualtieri, infatti, giustifica il suo comportamento nei confronti di Gri-
selda con la necessità di soddisfare le richieste della corte e dei sudditi, i
quali, afferma, non avrebbero mai riconosciuto l’autorità del figlio di una
pastorella. Tuttavia, il bene comune della pace dello Stato è usato qui in ma-
niera pretestuosa e riflette solo le paure di Gualtieri. Gli uomini del mar-
chese, in verità, non avanzano mai perplessità in questo senso; al contrario,
Griselda gode della solidarietà sia della corte che dei sudditi. È sempre e
solo Gualtieri a decidere di sottoporre Griselda a prove durissime al fine di
“educarla” al difficile ruolo di marchesa di sangue plebeo. I figli che tutti
credono uccisi e in realtà educati a Bologna, verranno reintegrati nel loro
ruolo alla fine della novella, una volta portata a compimento l’educazione
della madre e dei sudditi. Paradossalmente, Gualtieri si finge despota cru-
dele e infierisce su Griselda, non in nome della pax dello stato ma per sod-
disfare il proprio bisogno di tranquillità politica (consolidare il consenso dei
sudditi nella paura), a cui è legato il suo degenerato fine educativo. La no-
vella dunque mette in risalto, attraverso il paradosso dei comportamenti
estremi delle due figure protagoniste, il pericolo che si annida nell’azione
del principe: quello del possibile conflitto tra bene individuale e bene dello
stato.
Attraverso la prospettiva di Gualtieri la novella solleva interrogativi in-
torno all’idea del bene comune: quando è lecito al sovrano agire in modo

battuta comica: “O noble wyves, ful of heigh prudence, lat noon humylitee youre tonge
naille, / ne lat no clerk have a cause or diligence / to write of yow a storie of swich mer-
vaille / as of Grisildis pacient and kynde, / lest Chichevache yow swelwe in hire / en-
traille” ‘E voi signore mogli, se siete davvero sagge, non lasciate che l’umiltà vi inchiodi
la lingua: e non fate che un letterato debba scrivere anche di voi una storia così meravi-
gliosa, come quella della buona e paziente Griselda: altrimenti finirete in bocca a Chiche-
vache’ (The Clerk’s Tale, vv. 1183–88, in Chaucer 1996; traduzione italiana in Chaucer
1994).

[Link] 153
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

vessatorio contro i suoi sudditi al fine di realizzare il bene dello Stato? Ed è


giusto sopportare la tirannia senza ribellarsi anche quando questa leda il
diritto naturale? Mentre nella tradizione basso-medievale il tiranno era
strumento provvidenziale e la sua legge, benché storicamente ingiusta, rien-
trava comunque in un disegno di giustizia divina, nella tradizione giuridica
più tarda quest’ottica viene modificata. Il fondamento di legittimità del po-
tere del tiranno è nel suo essere strumento per il conseguimento del bene
comune. Tale legittimazione viene a mancare quando vi sia o vizio nel con-
senso o abuso di potere ed in questi casi è possibile se non doveroso sottrarsi
al dispotismo. Tuttavia la rivolta non è sempre vantaggiosa per lo stato
(come ad esempio non lo era stata la rivolta popolare, guidata dai magnati,
che aveva portato all’insediamento del Duca d’Atene a Firenze) e nella trat-
tatistica anti-tirannica si riflette così su quando convenga sopportare un go-
verno tirannico piuttosto che sovvertirlo. Nasce, già con Tommaso
d’Aquino, l’idea della tirannia moderata, ovvero di una tirannia tollerabile
nella misura in cui i danni causati dal dispotismo siano comunque minori
dei vantaggi che il principato reca al bene comune o degli svantaggi che la
sua deposizione provocherebbe. 58 Dato il lieto fine della storia di Gualtieri,
quest’ottica sembrerebbe possibile, se non fosse per il carattere paradossale
degli eccessi rappresentati dai protagonisti e per almeno altri due elementi:
la mite ma pur sempre decisa “ribellione” di Griselda (nel richiedere una
camicia a simbolico risarcimento della sua verginità quando viene cacciata
e nell’acuta risposta alla ennesima “puntura” del marito); e il rovesciamento
di lettura che Dioneo ci presenta in conclusione della novella. 59
Al momento finale dell’agnizione, che conclude le peripezie di Griselda
e in cui viene reinsediata come marchesana, Gualtieri confessa pubblica-
mente di essersi finto tiranno per due egualmente importanti motivi: edu-
care la sposa e insegnare ai suoi uomini come educare le loro al fine di ac-
quistare per sé “perpetua quiete”:
tempo è ormai che tu […] e che coloro li quali me hanno reputato crudele
e iniquo e bestiale conoscano che ciò che io faceva a antiveduto fine ope-
rava, volendoti insegnar d’esser moglie e a loro di saperla tenere, e a me
partorire perpetua quiete mentre teco a vivere avessi: il che, quando venni

58 Tommaso d’Aquino parla della tirannia moderata in De regno 1.7.


59 “[I]n premio della mia verginità che io ci recai e che non ne la porto” (Dec. 10.10.45). E
“quanto posso vi priego che quelle punture, le quali all’altra, che vostra fu, già deste, non
diate a questa, che’ appena io creda che ella le potesse sostenere, sì perché più giovane è
e sì ancora perché in delicatezze è allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era
stata” (Dec. 10.10.59).

[Link] 154
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

a prender moglie, gran paura ebbi che non m’intervenisse, e per ciò, per
prova pigliarne, in quanti modi tu sai ti punsi e trafissi” (Dec. 10.10.61).
La pace domestica è presupposto e fondamento della pace politica nella
paradossale prospettiva del marchese al quale solo la comprovata totale sot-
tomissione della moglie permette di “partorire perpetua quiete” ovvero, pre-
sumibilmente, la pace del regno. Il bene comune — di cui tale pace è pre-
supposto — è qui ridotto a una dimensione di interesse privato, mentre la
mancata ribellione al despotismo di Gualtieri, messa in risalto dal compor-
tamento di estrema passività di Griselda, quasi ne invoca la necessità in una
sorta di dimostrazione per assurdo.
La vicenda dei signori di Sanluzzo sembra così intrecciarsi con il tema
della legittimità della deposizione del tiranno, uno scottante argomento su
cui con sfumature diverse molti giuristi e teologi contemporanei a Boccaccio
erano arrivati a giustificare la sedizione e in casi estremi il tirannicidio.
Quale beneficio traggono infatti Griselda e i sudditi da tredici anni di vessa-
zioni ed incertezza? E quale esempio, se non di inutile crudeltà, è l’educa-
zione di Griselda, la cui virtù è costituzionalmente inscalfibile fin dall’inizio?
L’abuso di Gualtieri sembra costituire quasi un pretesto che consente a Dio-
neo di esortare le donne alla ribellione, invocata nella forma della trasgres-
sione sessuale della battuta finale. La voce di Dioneo sembra qui anticipare
l’invettiva anti-tirannica del narratore del De casibus.
Il momento politico della novella non può essere separato da quello
etico. In Boccaccio la tirannia si profila essenzialmente come conseguenza
di un originario vizio morale. Qual è infatti la radice del comportamento
aberrante del protagonista? La tirannia di Gualtieri si configura nella no-
vella come una matta bestialità che nasce dall’iniziale scelta di sposare una
poverissima quanto virtuosissima pastorella. Nell’Etica a Nicomaco, Ari-
stotele descrive la bestialità come lo stato opposto alla virtù quasi divina,
causato o da limitazioni psico-fisiche (come la follia), o dall’indulgere ecces-
sivamente in un vizio, o da circostanze eccezionali anche di natura culturale
(i barbari). 60 Una di queste circostanze, dice Aristotele, è la paura. 61 Nel caso
di Gualtieri la bestialità è originata da due componenti: la volontà del mar-
chese di porsi al di sopra della legge consuetudinaria, scegliendo una moglie
contro la logica delle alleanze politiche (superbia); e il timore che Griselda
non sia all’altezza del proprio ruolo, provocando così una possibile delegit-

60 “[R]iguardo al contrario della bestialità, la cosa più adatta sarebbe parlare di una virtù
superiore al nostro livello, virtù in un certo senso eroica e divina. […] lo stato abituale
opposto alla bestialità verrà ad essere qualcosa di simile” (1145a in Aristotele 1999).
61 Si veda il commento di Tommaso d’Aquino (1998, 2:105–10).

[Link] 155
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

timazione del marchese e della sua discendenza. Questi due elementi indu-
cono il marchese a mettere alla prova la pazienza di Griselda e dei sudditi,
che si credono governati da un tiranno iniquo con i suoi stessi familiari.
La mancanza di un solido fondamento morale in Gualtieri fa del prota-
gonista un caso esemplare di tiranno coerentemente alla definizione di Gre-
gorio Magno. Paura ed eccesso di volontà di dominare — i vizi alla radice
della degenerazione morale del tiranno — fanno di Gualtieri una figura em-
blematicamente in contrasto con le virtù celebrate nella decima giornata, la
liberalità e la magnificenza, ovvero le virtù del principe per eccellenza. Esse
sono infatti legate — come osserva Tommaso d’Aquino nella Summa theo-
logiae — all’acquisizione e all’uso della proprietà, pubblica e privata, rife-
rendosi entrambe propriamente a beni quantificabili in denaro. 62 Insieme a
temperanza, fortezza, prudenza e giustizia esse costituiscono il fondamento
etico dell’educazione del principe. Da Gregorio Magno, ad Agostino, fino
agli autori più vicini a Boccaccio, come Giovanni di Salisbury (Policraticus),
Tommaso d’Aquino (il De regno), Guglielmo di Ockham (Breviloquium e
Dialogus [Link]), Egidio Romano (De regimine principum), Marsilio da
Padova (Defensor pacis), Bartolo da Sassoferrato (De tyranno), la forma-
zione morale del principe è infatti condizione essenziale per prevenire la de-
vianza della tirannia, concepita come atto di superbia in quanto peccato di
“volontà di potenza.” Nel De regno, Tommaso d’Aquino, riprendendo Gre-
gorio Magno, definisce tiranno chi “non per giustizia ma per il suo potere
agisce, per libidine della volontà.” 63 La prima conseguenza di questa “libi-
dine” della superbia è il voler trasformare i sudditi in servi togliendo loro
ogni libertà, proprio come Griselda è costretta a servire nel palazzo di cui
era stata marchesa. 64

62 Per la definizione della liberalità e magnificenza in quanto beni riconducibili al denaro


in Tommaso d’Aquino si veda S. th. 2a–2ae q. 134, a. 3. Sull’importanza dell’impianto
aristotelico per la decima giornata si veda Bausi 1999. Per l’influenza dell’Etica a Nico-
maco e della Politica e dei commenti tomistici a queste opere per la visione generale
dell’utile diletto nel Decameron, si veda anche Barsella 2012. Sempre sugli aspetti etici
della novella, si veda anche Battaglia Ricci 2013.
63 “[Q]uia scilicet non pro iustitia, sed per potestatem occidit pro libidine voluntatis”

(1.4.26, in Tommaso d’Aquino 1997). Il corsivo nel testo è mio.


64 Proprio nella servitù dei sudditi individuano la caratteristica fondamentale della tirannia

autori come Tommaso d’Aquino e Guglielmo d’Ockham: “quia tyranni suis subditis prin-
cipantur ut servis” ‘poiché i tiranni comandano ai loro sudditi come a dei servi’ (S. th. 1a–
2ae, q. 105, a. 1, ad 5. Guglielmo d’Ockham fa della libertà dei sudditi il punto centrale
del giusto governo: “Quorum primum est quod sibi repugnat solummodo servos habere
sibi subjectos […] sed iniustum est et contra naturam ut quis maioribus aut aequalibus

[Link] 156
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

Le tensioni tra potere e libertà, pubblico e privato, etica e politica sem-


brano essere lo sfondo su cui si sviluppa la trama dell’ultima novella del De-
cameron. La bestialità di Gualtieri, marchese di Sanluzzo, può essere vista
come affermazione della legge del potere in violazione della legge naturale
della preservazione al “ben vivere” invocato da Pampinea ([Link].54). Tale
prospettiva di lettura porta a vedere nella novella la connessione implicita
tra il tema della rifondazione del nuovo ordine politico (simbolizzato dalla
corte dei giovani della cornice) e quello dell’educazione femminile (motivo
portante di tutta l’opera). L’intreccio di questi due temi suggerisce inoltre
quanto la riflessione boccacciana sulla tirannide come “disordine” morale e
politico si intersechi con quella sulla funzione “ordinatrice” della letteratura
stessa. La storia di Gualtieri marchese educatore, emerge, nell’economia del
Decameron, come un forte richiamo alla necessità di educare il principe.
Inducendo a riconsiderare le virtù civiche della decima giornata anche sotto
l’aspetto politico, la novella suggerisce uno stretto legame funzionale del
tema della tirannia al progetto educativo sotteso al Decameron.

Conclusioni
La novella di Gualtieri rappresenta un monito contro il dispotismo ed illu-
stra come il buon governo debba essere fondato sulle qualità morali del
principe perché non violi quella libertas di cui la ribellione contro il Duca
d’Atene era divenuta simbolo e di cui Dioneo sembra farsi portavoce. L’af-
fiancamento dei vizi del tiranno alle virtù civiche della giornata dieci, in li-
mine al ciclo narrativo, induce a guardare criticamente — attraverso gli oc-
chi di Dioneo — al ludo politico della cornice del Decameron. Qui troviamo
infatti giovani che, grazie alla loro capacità di seguire la ragione naturale,
riescono momentaneamente a scampare la pestilenza che ha scardinato
ogni istituzione del vivere civile, ogni codice morale e religioso, ogni cer-
tezza che non sia quella di una nuova responsabilità di fronte al compito
gravoso di dover ricostruire un nuovo modo di convivenza. I dieci dovranno
tornare nella città ancora contaminata ma porteranno con sé quanto di utile
hanno tratto dall’esperienza delle giornate trascorse in campagna e durante
le quali hanno istituito uno sperimentale modello di organizzazione della

et sibi similibus vel de quibus spes probabilis esse potest quod futuri sunt maiores aut
aequales et sibi similes virtute et sapientia, principetur tamquam servis” ‘La prima cosa
che contraddice l’ottimo principato è trattare I sudditi come servi […] È ingiusto e contro
natura che qualcuno comandi, come su dei servi, su uomini più insigni o eguali e simili a
lui o di cui ci sia qualche non infondata probabilità che diventino più insigni o eguali o
simili a lui per virtù e sapienza’ (Guglielmo di Ockham 2002, 287).

[Link] 157
Heliotropia 12–13 (2015–16) [Link]

loro piccola societas. È Pampinea, prima regina eletta, promotrice dell’ini-


ziativa dei giovani e paladina della ragione naturale, che “constituisce” (“io
primieramente constituisco,” [Link].98) tale organizzazione, ammini-
strando e assegnando ai servi ruoli e funzioni essenziali alla gestione della
vita di palazzo, distribuite in modo piramidale e gerarchico. E sempre Pam-
pinea propone di passare la parte più calda della giornata “non giucando
[…] ma novellando” ([Link].111).
Aspetto rilevante di questa “constituzione” instaurata nella cornice, e
che la distingue da un’ideale replica del mondo cortese cavalleresco, è il
fatto che Boccaccio la presenti come uno sperimentale modello di monar-
chia elettiva in cui a turno tutti portano la corona. È un modello di governo
dove i ruoli tra sudditi e governanti vengono scambiati e che si regge su po-
che regole accettate da ognuno dei partecipanti e rigorosamente rispettate,
inclusa la regola dell’eccezione di Dioneo. Questo modello di governo sem-
bra in diretta opposizione al regime tirannico su cui si chiude l’ultima no-
vella in cui titolo e potere si trasmettono in via ereditaria. L’elettività del
principe costituisce uno dei tratti più controversi dei modelli di principato
e di fatto compare in una ristretta cerchia di autori, in particolare in Marsilio
da Padova, Giovanni da Parigi, e Bartolo da Sassoferrato. Se l’elezione è ri-
conosciuta come uno dei modi di acquisto del principato, raramente viene
considerata come il sistema più efficiente per regolarne la successione. 65
Marsilio da Padova, in particolare, si dimostra a favore dell’elezione rispetto
alla successione ereditaria. Il modello politico che Boccaccio ci mostra nella
cornice presenta le caratteristiche di un principato elettivo e forse ancora
più specificamente di un modello simile a quello del Priorato repubblicano
Fiorentino dal momento che i “governanti” nel Decameron rimangono in
carica per un periodo di tempo limitato (un giorno).
Se è possibile intravedere nella cornice un possibile esperimento di or-
dine politico di tipo monarchico, ancorché temporaneo, l’ultima novella ne
costituisce un complemento gettando dall’estremo limite della novellazione
uno sguardo critico al principato ereditario, maggiormente soggetto a pos-
sibili tentazioni tiranniche. Si deve ricordare che proprio la questione
dell’ereditarietà è il motore dell’azione nella novella di Gualtieri. È la richie-
sta al marchese di un erede per garantire la pace del regno che provoca l’ini-
ziale problematica scelta della pur virtuosissima Griselda e, nell’ottica di
Gualtieri, la necessità di educare lei e i sudditi. La questione dell’educazione
e della formazione morale, si inserisce così in una prospettiva politica, in

65 Si veda in particolare Defensor pacis 1.9.4–7 e specificamente 1.16, dedicato alla difesa
dell’elezione contro la successione ereditaria. Per l’elettività in Bartolo da Sassoferrato e
in Giovanni da Parigi, si veda Maglio 2006, 119 e 197.

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quanto garante della stabilità dello Stato e fondamento necessario ad ogni


ipotesi di buon governo.
Nella logica della cornice del Decameron, ordinamento politico e ordi-
namento morale tendono a convergere nella ricerca di un’armonia che si
fonda su quella ragione naturale nel rispetto della quale i giovani erano par-
titi da Firenze. Se l’intento educativo nel caso di Gualtieri è viziato dalla ma-
lizia e dall’intento dell’educatore, nel caso della corte dei giovani fiorentini,
in cui è affidato alla novellazione, sembra avere maggiore successo rivendi-
cando indirettamente la fondamentale funzione istruttiva dell’arte del rac-
conto di cui il Decameron è testo “demogorgonico” esemplare. Proiettata in
una prospettiva di ritorno alla città distrutta dalla peste in vista di un nuovo
inizio, di una ricostituzione della civitas fondata su una nuova humanitas,
la novella di Dioneo ci dà in negativo l’immagine di ciò che non deve essere
un principe e di come non vadano educate le donne (e i sudditi).

SUSANNA BARSELLA FORDHAM UNIVERSITY

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